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Riccardo Dalisi

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RICCARDO DALISI
In occasione della mostra “I gioielli sostenibili di Riccardo Dalisi ”
Triennale di Milano 28.02.2012
video/intervista di Alessio Guarino & Paola Molteni

 

Disegnare poesia.  / Di Paola Molteni

“Le regole vengono dalla poesia, solo quando avverto una pulsione poetica riesco a progettare, altrimenti non mi è possibile”. Riccardo Dalisi, architetto, artista, scultore, designer, professore, ma forse prima di tutto poeta, si racconta partendo dalla sua infanzia, da quando disegnava crocifissi e costruiva pentole di carta e cartone

Scrive, disegna, gesticola: le mani di Dalisi, mentre parliamo non sono mai ferme, sono irrequiete, abituate a tagliare, forgiare, creare. Ha appena finito di lavorare con i bambini, durante il workshop dedicato al tema del riuso e del riciclo, organizzato in collaborazione con TDMKids, la sezione didattica del Triennale Design Museum. Il laboratorio ha accompagnato l’apertura della mostra ‘Il gioiello sostenibile’ e i bambini contagiati dalla fantasia e dalla creatività del professore plasmano vere opere d’arte, usando materiali semplici e di recupero: carta, cartoncino, colla, colori. Dalisi osserva con sguardo vivace e curioso ogni creazione, mettendola in mostra accanto ai suoi gioielli. “I bambini non hanno una tecnica, ma chi non ha tecnica è quasi avvantaggiato perché non è schiavo di un procedimento esterno, per questa ragione i bimbi fanno cose che sorprendono, che non sono ripetibili.” Ci racconta che nella sua vita ha avuto due o tre maestri e almeno altri duecento, infatti per lui i maestri principali sono sempre stati i bambini.

A proposito dei maestri, parla della ‘incontentabilità’ che ha imparato da uno di loro: “Se io sono scontento di una cosa, ne cerco un’altra per essere contento. In questo sforzo trovo delle cose che non avrei trovato altrimenti. A volte, quando disegno, spero di sbagliare. Lo sbaglio aiuta a creare qualcosa a cui tu non avresti pensato perché errato. Se cade una goccia di inchiostro su un disegno è una sfida perché devo utilizzare quella goccia per rimettere in moto quello che sto facendo. Tutto questo è molto vicino alla vita: la vita è piena di sorprese, di cose anche negative e questo è bellissimo. Bisogna essere di più nella vita, questo è tutto il senso. Noi tendiamo sempre a regolarizzare troppo le cose.” Quello delle sue opere d’arte è un mondo pieno di sorprese, un po’ visionario, con sculture, oggetti, gioielli che al di là del materiale povero con cui sono forgiati, nascondono un’anima preziosa. Le opere di Riccardo Dalisi sembrano personaggi di fiabe, pronti ad alzarsi in piedi e a camminare, sembrano avere vita. Lui confessa che queste sue opere gli tengono compagnia ed effettivamente da come ci racconta la storia della caffettiera napoletana si comprende come questo oggetto comune diventi un po’ l’amico quotidiano di tutti. Nel 1979 viene incaricato di ideare un modello di caffettiera napoletana per Alberto Alessi e nel 1981 vince il premio Compasso d’Oro per la sua ricerca. 

“A Napoli c’erano caffettiere di tutte le dimensioni: da una, due o tre tazze. C’era anche la caffettiera mezza tazza che è una cosa stupenda, infantile quasi. Esisteva perché fare il caffè per un napoletano è un rito, quindi più che la quantità di caffè preso è importante la preparazione e prendendone mezza tazza si può ridurre l’impatto del caffè. Da questo spunto Alessi ha scelto di produrre la caffettiera da sei tazze e mezzo. A questo proposito mi piace sempre raccontare l’abitudine napoletana del ‘caffè sospeso’.”

Portando le mani dietro la testa e sorridendo ci spiega come sia magico il rituale di pagare al bar un caffè in più per il primo sconosciuto che entrerà nel locale: è l’idea del convitato misterioso che lo emoziona.

La chiacchierata prosegue parlando di tappe importanti che hanno segnato il suo percorso di artista come il design ultrapoverissimo che nasce attraverso la figura di Gennaro, un povero di Napoli che ha iniziato ad aiutare Dalisi nel suo lavoro, usando sempre materiali di riciclo come la latta e apprendendo da lui tecnica, passione e amore per il lavoro.

Da sempre Dalisi dimostra un’attenzione particolare al sociale, basti pensare al suo lavoro di quartiere con i bambini del Rione Traiano, con gli anziani della Casa del Popolo di Ponticelli e negli ultimi anni il suo impegno con i giovani del Rione Sanità di Napoli.

Poi ci mostra il volume “Il Compasso di Latta 2010” e ci spiega come l’idea di questo premio sia nata dallo spunto del direttore della Naba, Alessandro Guerriero che poi ha voluto il Professore come Presidente.

Oltre alla mostra in Triennale, a Genova si tiene fino al 6 maggio al Museo Luzzati ‘La sfida della nuova innocenza’ dove si possono trovare così come le chiama Dalisi “sculture, sculturine, sculturaste, sculturille, anche pitture, pitturastre, pitturine”. Ci spiega come la pittura sia un’esperienza diversa dalla scultura che richiede sempre l’aiuto di qualcuno per tagliare e saldare. Per lui invece la pittura è totalmente libera, è un tuffo nella luce. “La luce sembra senza colori, solo chiarore, in realtà ci sono tutti i colori insieme”.

Mentre lo ringraziamo per averci fatto entrare per un po’ nel suo mondo poetico gli chiediamo se nella sua vita ha mai avuto voglia di lasciare Napoli e di trasferirsi altrove.

“Sì ho avuto, non la voglia ma l’idea, è una cosa diversa. Ma mi sono accorto che era uno sbaglio. Uno sbaglio forse meno grave dello sbaglio di rimanere a Napoli. Tra i due sbagli, mi sono stancato di sbagliare e sono rimasto a Napoli.”

Con lui vale sempre la regola dell’inverso, come la sua caffettiera che si può capovolgere: “La verità sta capovolgendo l’evidenza, poi diventa un’altra evidenza”. Se ne va declamando versi di poesie di Pascoli, Carducci, Emily Dickinson e ci raccomanda di leggere la poesia 100 volte ad alta voce: “Se tu la leggi finchè diventa una musica, il significato si scioglie dentro di te e diventa sostanza di te e così ti arricchisci.”

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