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Alessandro Mason

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Foto Alessio Guarino

Premio Artivisive San Fedele 2012/2013 Terzo Classificato

 

Tra acqua e cielo l’approdo infinito

Alessandro Mason è un ideatore di sculture dal carattere peculiare: l’artista vuole che funzionino come macchine – lui stesso le qualifica spesso in questo modo – intendendole come veri e propri strumenti che intercettano, con il loro funzionare reale, le dinamiche dell’ambiente naturale in cui, delicatamente, si inseriscono. La sua scultura supera la sua canonica staticità e, acquisendo una certa delicatezza musicale che fu di Melotti e quella sintesi e semplicità formale di Brancusi, danza, risuona, fluttua e vibra negli elementi dell’ambiente, riportando l’attenzione dell’uomo alla coscienza degli invisibili e imperturbabili equilibri della natura. Le superfici lisce dell’ottone – materiale prezioso e lucente, certamente un simbolo – carezzano il vento, sfiorano l’acqua, cullano il paesaggio. Come poetici parafulmini catalizzano e accentrano su di sé gli aspetti di un dialogo e un rapporto troppo spesso dimenticati.
Mason, con l’opera presentata in quest’occasione, guarda al mare e all’orizzonte, cercando quel paesaggio da sempre indelebilmente inalterato allo sguardo dell’uomo. Il mare, il cielo e l’orizzonte a dividerli. Uguali nei millenni. Uno sguardo da artista romantico che trova, nel pieno della nostra contemporaneità rutilante, la forza di convincere lo spirito e la mente a rallentare, a fermarsi e ad osservare la poesia e la spiritualità accesa nella natura. Mason ci riporta alla conoscenza di quello che attorno a noi è sempre esistito e che rappresenta – e ha rappresentato – il luogo del nostro essere e scoprire.
Danza quindi quest’opera nel mare e lambisce, con le sue braccia fluttuanti, ora l’acqua salata, ora il vento veloce. Vive la scultura la sua esperienza nel luogo reale raccogliendone tracce con cui testimonierà l’esserci stata poi altrove attraverso questi segni – quasi cicatrici – delle proprie vicessitudini. Racconta il suo essere stata fisicamente parte del e nel mondo. Narra di averlo toccato. L’opera s’intende quindi sempre divisa tra due piani distinti eppure tanto legati: uno materiale con l’inserimento fisico e dinamico nella natura e l’altro spirituale, con la voglia di elevarsi ad una condizione di libertà superiore. Ruota, si agita questa scultura nel punto in cui cielo e acqua arrivano alla terra. Continua a farlo nel luogo asettico della sua esposizione, vivendo quegli istanti nell’immaginazione di chi osserva. Vive la scultura sempre là dove la tensione della ricerca anela alla calma del proprio approdo attraverso il viaggio di scoperta, lì dove è stata e là nell’altrove della sua presenza. Un viaggio il cui termine quindi resta sempre lontano, tanto prossimo quanto distante da quella riva che viene solo lambita.
Oscilla la scultura, torna e ritorna tra il ribollire dell’acqua, che lambisce il cielo diventando vento, e l’aria, che s’increspa come bruma salata sulla superficie del mare. Un ciclo continuo, inalienabile, tra presente, passato e immaginazione. Il naturale approdo infinito di quel viaggio di scoperta che il pensiero dell’uomo fa cominciare là dove pareva averlo appena terminato.

Matteo Galbiati

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