8 November 2017

La Casina Vanvitelliana è un suggestivo casino di caccia ubicato su un’isoletta del Lago Fusaro, nel comune di Bacoli.

A partire dal 1752 l’area del Fusaro, all’epoca scarsamente abitata, divenne la riserva di caccia e pesca dei Borbone, che affidarono a Luigi Vanvitelli le prime opere per la trasformazione del luogo. Salito al trono Ferdinando IV gli interventi furono completati da Carlo Vanvitelli, figlio di Luigi, che nel 1782 realizzò il Casino Reale di Caccia sul lago, a breve distanza dalla riva.

Questo edificio, noto come Casina Vanvitelliana, fu adibito alla residenza degli ospiti illustri, come Francesco II d’Asburgo-Lorena, che qui soggiornò nel maggio 1819. All’interno dell’edificio furono accolti pure Wolfgang Amadeus Mozart, Gioachino Rossini e, più recentemente, il Presidente della Repubblica Luigi Einaudi.

Dal punto di vista architettonico, la Casina si inserisce tra le più raffinate produzioni settecentesche, con alcuni rimandi alla conformazione della Palazzina di caccia di Stupinigi, progettata alcuni anni prima da Filippo Juvarra facendo ricorso a volumi plastici e ampie vetrate. L’edificio voluto dai Borbone presenta infatti una pianta assai articolata, composta da tre corpi ottagonali che si intersecano l’uno alla sommità dell’altro, restringendosi in una sorta di pagoda, con grandi finestre disposte su due livelli; un lungo pontile in legno collega inoltre la Casina alla sponda del lago.

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ph. Alessio Guarino

7 November 2017

ph. Alessio Guarino

ph. Alessio Guarino

6 November 2017

Napoli la percorro a piedi, lungo le sue scalinate. E mi fermo a chiedere a chi ci abita informazioni che già ho: perché prima di entrare nelle case delle persone bisogna chiedere permesso.   francesco paolo_busco

ph. francesco paolo_busco

ph. Alessio Guarino

ph. Alessio Guarino

ph. Alessio Guarino

WabiSabiCulture è una esperienza sensoriale per la ricerca della pace e del benessere psico-fisico, attraverso l’antica filosofia Giapponese Wabi Sabi che esprime un ideale estetico poetico e semplice, legato alla via del tè verde [sado] e alla cerimonia del tè [chanoyu] e alla meditazione Zen buddhista [dhyana], calmo dimorare. Si ricerca ed esalta la bellezza estemporanea della natura mutevole e fragile [wabi] la bellezza dell’imperfezione dell’irregolarità che diventano caratteristiche di unicità e quindi come tali irripetibili e preziose. L’osservazione della meraviglia nel quotidiano in cui il vivere diventa cammino artistico e spirituale. La bellezza nel tempo che passa [sabi] dove tutto si trasforma ed arricchisce e ci permette di riconoscere ed apprezzare la bellezza dell’impermanenza, il divenire. Sei anni di ricerche e lavoro per un progetto unico in Italia e di rilevanza europea, dedicato allo studio dell’architettura rurale giapponese secondo l’ideale estetico del wabi sabi con larghe e importanti travature, intonaci a calce e paglia e stanze tatami, ma anche al chado [la via del tè], ai tessuti boro indigo dye, alle ceramiche hagi legate alla cerimonia del tè e alla accurata selezione di tè verdi pregiati e certificati organici della valle di Uji, Kyoto.

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ph. Alessio Guarino

Villa Anelli è un giardino privato, splendido esempio di architettura paesaggistica di periodo romantico e attuale sede di una ricca collezione di camelie, riconosciuta in tutto il mondo. Costruito nel 1872 intorno ai rocciosi declivi di quella ancor oggi viene chiamata la Valle del Paradiso, il giardino ha attraversato diverse fasi di progettazione fino ad accogliere a partire dalla seconda metà del Novecento le numerosissime cultivar di camelia, che oggi impreziosiscono l’armonia di angoli segreti ammantati di verde e di tortuosi vialetti qua e là interrotti dal poetico suono di antiche fontane. La collezione è visitabile durante il periodo della fioritura primaverile, quando diventa protagonista l’immensa gloria dei colori, con migliaia di fiori e centinaia di sfumature cromatiche dal bianco al rosso. La sua particolarità ha permesso a Villa Anelli di rientrare nel prestigioso elenco “Gardens of Execellence”.

ph. Alessio Guarino

 

29 October 2017

ph. Alessio Guarino

Il parco, tra i più vasti della Toscana, venne fatto costruire a metà dell’Ottocento da Ferdinando Panciatichi, sfruttando terreni agricoli attorno alla sua proprietà e una ragnaia di lecci. Vi fece piantare una grande quantità di specie arboree esotiche, come sequoie e altre resinose americane, mentre l’arredamento architettonico fu realizzato con elementi in stile moresco quali un ponte, una grotta artificiale (con statua di Venere), vasche, fontane e altre creazioni decorative in cotto. Il castello ed il suo parco storico costituiscono un “unicum” di notevole valore storico-architettonico e ambientale. Il parco vi contribuisce considerevolmente con un patrimonio botanico inestimabile formato non solo dalle specie arboree introdotte ma anche da quelle indigene. Solo una piccola parte delle piante ottocentesche è giunta ai giorni nostri: già nel 1890 delle 134 specie botaniche diverse piantate alcuni decenni prima, ne erano sopravvissute solo 37. Solo recentemente si è iniziato a rimettere in dimora alcune delle essenze andate perdute in un progetto di restauro che valorizzi la ricchezza botanica originale: sono presenti oggi esemplari di araucaria, tuja, tasso, cipresso, pino, abete, palma, yucca, querce, aceri, cedro dell’Atlante, cedro del Libano, bagolaro, frassino, ginepro, acacia, tiglio e numerose piante di interesse floriculturale. Nel parco si trova il più numeroso gruppo di sequoie giganti in Italia, con ben 57 esemplari adulti, tutti oltre i 35 metri; fra queste la cosiddetta “sequoia gemella”, alta più di 50 metri e con uno circonferenza di 8,4 metri, che fa parte della ristretta cerchia dei 150 alberi di “eccezionale valore ambientale o monumentale”.

ph. Alessio Guarino

ph. Alessio Guarino

Le Dolomiti, anche dette Monti pallidi (Dolomiten in tedesco, Dolomites in ladino, Dolomitis in friulano), sono un insieme di gruppi montuosi delle Alpi Orientali italiane, comprese tra Veneto, Trentino-Alto Adige e Friuli, tra le province di Belluno, Bolzano, Trento, Udine e Pordenone. Il 26 giugno 2009 il Comitato Esecutivo della Convenzione sul patrimonio materiale dell’umanità dell’UNESCO, riunita a Siviglia, ha dichiarato le Dolomiti Patrimonio dell’umanità. Le Dolomiti prendono il nome dal naturalista francese Déodat de Dolomieu (1750-1801) che per primo studiò il particolare tipo di roccia predominante nella regione, battezzata in suo onore dolomia, costituita principalmente dal minerale dolomite (MgCa(CO3)2) ovvero carbonato doppio di calcio e magnesio. Questa composizione chimica delle rocce dà origine al fenomeno dell’enrosadira. La prima denominazione geografica del termine “Dolomiti” comparve nel 1837 in una guida edita a Londra, per descrivere una regione montuosa comprendente le valli di Fassa, Gardena, Badia, la val Pusteria nonché le Alpi veneziane. Nel 1864 fu pubblicato il volume The Dolomite Mountains, resoconto di viaggio di due naturalisti inglesi, J. Gilbert e G.C.Churchill. Con questo volume il termine fu introdotto a livello europeo. La denominazione Monti Pallidi si rifà alla leggenda di un prodigioso incantesimo.

ph. Alessio Guarino

28 October 2017
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