29 aprile 2018

Le isole Trèmiti (o Diomedèe, dal greco Diomèdee, Διομήδεες) sono un arcipelago del mare Adriatico, a 22 km a nord del promontorio del Gargano e 45 km a est da Termoli (costa molisana). Amministrativamente, l’arcipelago costituisce il comune sparso di Isole Tremiti di 520 abitanti della provincia di Foggia in Puglia. Il capoluogo è San Nicola, sull’omonima isola. Il comune fa parte del Parco Nazionale del Gargano. Dal 1989 una porzione del suo territorio costituisce la Riserva naturale marina Isole Tremiti. Pur essendo il più piccolo e il secondo meno popoloso comune della Puglia (con meno abitanti c’è solo Celle di San Vito), è uno dei centri turistici più importanti dell’intera regione. Per la qualità delle sue acque di balneazione è stato più volte insignito della Bandiera Blu, prestigioso riconoscimento della Foundation for Environmental Education. L’arcipelago è composto dalle isole di: San Nicola, sede comunale, dove si trovano i principali monumenti dell’arcipelago. La superficie è di 45,6826 ettari. San Domino, la più grande e la più abitata, sulla quale sono insediate le principali strutture turistiche grazie alla presenza dell’unica spiaggia sabbiosa dell’arcipelago (Cala delle Arene). La superficie è 2,0745 km².
Capraia (detta anche Caprara o Capperaia), la seconda per grandezza, disabitata. La superficie è 48,6970 ettari.
Pianosa, un pianoro roccioso anch’esso completamente disabitato e distante una ventina di chilometri dalle altre isole. La superficie è 12,4902 ettari. Il Cretaccio, un grande scoglio argilloso a breve distanza da San Domino e San Nicola. La superficie è 3,4841 ettari.
La Vecchia, uno scoglio più piccolo del Cretaccio e prossimo a questo.
La superficie totale dell’arcipelago che corrisponde alla superficie del Comune Isole Tremiti è di 3,1780 km².

Le isole Tremiti, da un punto di vista generale, presentano marcatamente un clima mediterraneo, e nel dettaglio caratterizzato dai seguenti aspetti climatologici: Temperatura – andamento annuale riconducibile ad inverni miti ed estati calde. Mancanza di un prolungato e marcato periodo di aridità estiva.
Piovosità – quasi esclusivamente concentrata nel periodo autunno-invernale, risulta limitata (~476 mm medi annuali).
Ventosità – il regime anemologico è dominato dai venti provenienti dal 2° (Levante, Scirocco, ecc.) e dal 4° quadrante (Ponente, Tramontana, Maestrale, ecc.).
Stato del mare – soprattutto favorevoli nel periodo estivo mentre mareggiate e burrasche sono più frequenti nel periodo autunno-invernale.
Dal punto di vista legislativo le isole Tremiti ricadono nella fascia climatica C in quanto i Gradi giorno sono 953.
Abitate già in antichità (IV-III secolo a.C.), le isole per secoli furono soprattutto un luogo di confino. In epoca romana le isole erano note con nome Trimerus che deriverebbe dal greco trimeros, τρίμερος ossia “tre posti” o “tre isole”. L’imperatore Augusto vi relegò la nipote Giulia che vi morì dopo vent’anni di soggiorno forzato. Nel 780 Carlo Magno vi esiliò Paolo Diacono che, però, riuscì a fuggire. La storia dell’arcipelago non è però solo legata agli esiliati, più o meno illustri, che qui furono confinati, ma soprattutto alle vicende storiche, politiche ed economiche dell’abbazia di Santa Maria a Mare (definita da Émile Bertaux la Montecassino in mezzo al mare). Secondo il Chartularium Tremitense il primo centro religioso fu edificato nel territorio delle isole adriatiche nel IX secolo ad opera dei benedettini come dipendenza diretta dell’abbazia di Montecassino. Certo è che nell’XI secolo il complesso abbaziale raggiunse il massimo splendore, aumentando a dismisura possedimenti e ricchezze, cosa che portò alla riedificazione da parte dell’abate Alderico della chiesa con consacrazione nel 1045 effettuata dal vescovo di Dragonara. La magnificenza di questo periodo è testimoniata dalla presenza tra le mura del monastero di ospiti illustri, tra i quali Federico di Lorena (divenuto poi papa Stefano IX) e Dauferio Epifani (successivamente papa Vittore III). Con la bolla di Alessandro IV del 22 aprile 1256 venne confermata la consistenza dei beni posseduti dalla comunità monastica. L’intero complesso rimase un possedimento dell’abbazia di Montecassino per circa un secolo, nonostante le pressanti richieste di autonomia e le proteste dei religiosi tremitesi. Nel XIII secolo, oramai svincolata dal monastero cassinese, aveva possedimenti in terraferma dal Biferno fino alla città di Trani. Secondo le cronache dell’epoca le tensioni mai sopite con il monastero laziale e i frequenti contatti con i dalmati, invisi alla Santa Sede, portarono i monaci del complesso a una decadenza morale che spinse nel 1237 il cardinale Raniero da Viterbo ad incaricare l’allora vescovo di Termoli di sostituire alla guida dell’abbazia l’ordine di San Benedetto con i Cistercensi.

In seguito, Carlo I d’Angiò munì il complesso abbaziale di opere di fortificazione. Nel 1334 l’abbazia fu depredata dal corsaro dalmata Almogavaro e dalla sua flotta, proveniente dalla città dalmata di Almissa, i quali trucidarono i monaci mettendo fine alla presenza cistercense nell’arcipelago. Nel 1412, in seguito a pressioni e lettere apostoliche, e su diretto ordine di papa Gregorio XII, dopo il rifiuto di diversi ordini religiosi, una piccola comunità di canonici regolari, proveniente dalla canonica di Santa Maria di Frigionaia in Lucca e guidata da Leone da Carrara si trasferì sull’isola per ripopolare l’antico centro religioso. I Lateranensi restaurarono il complesso abbaziale, ampliandone inoltre le costruzioni, soprattutto con la realizzazione di numerose cisterne ancora oggi funzionanti ed estesero i possedimenti dell’abbazia sul Gargano, in Terra di Bari, Molise e Abruzzo. Nel 1567 l’abbazia-fortezza di San Nicola riuscì a resistere agli attacchi della flotta di Solimano il Magnifico. L’abbazia fu soppressa nel 1783 da re Ferdinando IV di Napoli che nello stesso anno istituì sull’arcipelago una colonia penale. Nel periodo napoleonico l’arcipelago fu occupato dai murattiani che si trincerarono all’interno della fortezza di San Nicola resistendo validamente agli assalti di una flotta inglese (anno 1809). Di questi attacchi sono visibili ancora oggi i buchi delle palle di cannone inglesi sulla facciata dell’abbazia. In seguito a tale evento, Murat concesse la grazia ai deportati che avevano collaborato alla resistenza contro gli inglesi. Fu così che ebbe fine la prima colonizzazione delle Tremiti, effettuata mediante l’insediamento di colonie penali.

Nel 1843 re Ferdinando II delle Due Sicilie con l’intento di ripopolare le isole vi fece insediare molti pescatori provenienti da Ischia che poterono così sfruttare proficuamente la pescosità di quell’area marittima e da famiglie del regno dando luogo così a una seconda colonizzazione delle Tremiti. Campo concentramento delle isole Tremiti, prigionieri arabi
Nel 1911 furono confinati alle Tremiti circa milletrecento libici che si opponevano all’occupazione coloniale italiana. A distanza di un anno circa, un terzo di questi erano morti di tifo esantematico. In epoca fascista l’arcipelago continuò a essere luogo di confino, ospitando tra l’altro anche il futuro Presidente della repubblica, Sandro Pertini e Amerigo Dumini. L’autonomia comunale risale al 1932. Nel 1987 Mu’ammar Gheddafi, in virtù delle deportazioni di cittadini libici effettuate soprattutto dal governo Giolitti a partire dal 1911, dichiarò che l’arcipelago era parte della Libia. Tali pretese territoriali seguivano la tensione diplomatica che sussisteva con l’Italia. Nella notte fra il 7 e l’8 novembre 1987 due cittadini svizzeri, Jean Nater e Samuel Wampfler, misero una bomba sul faro di San Domino. Il primo rimase ucciso nell’attentato, il secondo fu catturato e condannato. Sulle prime si pensò a un attentato libico, ma successive indagini chiarirono che i due attentatori, agenti segreti prezzolati, collaboravano con i servizi francesi, nazione con la quale l’Italia aveva all’epoca una controversia diplomatica. Il 28 ottobre 2008 una trentina di abitanti delle isole si sottoposero, volontariamente, all’esame del DNA allo scopo di stabilire se nel loro sangue vi fosse traccia di quei deportati libici del 1911. Il risultato fu negativo.

Wikipedia

La Scala dei Turchi è una parete rocciosa (falesia) che si erge a picco sul mare lungo la costa di Realmonte, in provincia di Agrigento. È diventata nel tempo un’attrazione turistica sia per la singolarità della scogliera, di colore bianco e dalle peculiari forme, sia a seguito della popolarità acquisita dai romanzi con protagonista il commissario Montalbano scritti dallo scrittore empedoclino Andrea Camilleri, in cui tali luoghi vengono citati paese del commissario, da inquadrare con Porto Empedocle.

La Scala è costituita di marna, una roccia sedimentaria di natura calcarea e argillosa, con un caratteristico colore bianco puro. Tale scogliera dal singolare aspetto si erge tra due spiagge di sabbia fine, per accedervi bisogna procedere lungo il litorale e inerpicarsi in una salita somigliante a una grande scalinata naturale di pietra calcarea. Una volta raggiunta la sommità della scogliera, il paesaggio visibile abbraccia la costa agrigentina fino a Capo Rossello. La Scala dei Turchi presenta una forma ondulata e irregolare, con linee non aspre bensì dolci e rotondeggianti. Il nome le viene dalle passate incursioni di pirateria da parte dei saraceni, genti arabe e, per convenzione, turche; i pirati turchi, infatti, trovavano riparo in questa zona meno battuta dai venti e rappresentante un più sicuro approdo.

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4 gennaio 2018

.. M’hanno portato a Baia; con questo caldo di luglio, il tragitto è stato penoso, ma in riva al mare respiro meglio. L’onda manda sulla riva il suo mormorio, fruscio di seta e carezza; godo anche le lunghe sere rosate. Ho mandato a chiamare Antonino ; un corriere lanciato a tutta corsa è partito per Roma. Rimbombano gli zoccoli di Boriatene, galoppa il cavaliere Trace…… Il piccolo gruppo di intimi si stringe al mio capezzale. Cabria mi fa pena. Le lacrime mal si addicono alle rughe dei vecchi. Il bel volto di Celere è, come sempre, singolarmente calmo; è intento a curarmi senza lasciar trapelar nulla che potrebbe contribuire all’ansia o alla stanchezza di un malato. Ma Diotima singhiozza,la testa affondata nei guanciali. Ho assicurato il suo avvenire; non ama l’Italia; potrà realizzare il suo sogno di far ritorno a Gadara e aprirvi con un amico una scuola d’eloquenza; con la mia morte, non ha nulla da perdere. E tuttavia, l’esile spalla si agita convulsamente sotto le pieghe della tunica; sento sotto le dita queste lacrime deliziose. Fino all’ultimo istante, Adriano sarà stato amato d’amore umano .. Memorie di Adriano

20 dicembre 2017

 

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Credo di poter dire che il tema centrale di tuta la mia opera sia la lotta che un individuo conduce contro quello che i Greci e i Romani chiamavano Destino, e che assume nei mie film la forma di una potenza reale, dittatura totalitaria, legge biologica o sindacato del crimine. Si tratta di salvaguardare l’anima individuale, ed è importante combattere per questo, pur sapendo che la partita è persa. Fritz_Lang

Il monte Cònero è un monte dell’Appennino umbro-marchigiano alto 572 m s.l.m. situato sulla costa del mar Adriatico, nelle Marche. Il sinonimo monte d’Ancona, abbreviato comunemente in Monte, è storicamente il più usato[1]. Solo dall’ultimo dopoguerra Conero, fino a quel momento usato solo a livello colto, si è diffuso anche popolarmente. Fa parte della provincia di Ancona e in particolare dei comuni di Ancona e Sirolo. Costituisce il più importante promontorio italiano dell’Adriatico assieme a quello del Gargano ed ha le rupi marittime più alte di tutta la costa orientale italiana (più di 500 metri). Nonostante la sua limitata altitudine, merita appieno il nome di monte per l’aspetto maestoso che mostra a chi lo osserva dal mare, per i suoi sentieri alpestri, per gli strapiombi altissimi, per i vasti panorami e per le attività che vi si svolgono tipiche della montagna, come l’arrampicata libera. Sul promontorio a cui dà il nome si estende il Parco regionale del Conero.

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State attenti: la nave è ormai in mano al cuoco di bordo, e le parole che trasmette il megafono del comandante non riguarda più la rotta, ma quel che si mangerà domani. Søren_Kierkegaard  1845

26 novembre 2017

 

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Stavrogin: nell’Apocalisse l’angelo giura che il tempo non esisterà più. Kirillov: E’ molto giusto, preciso, esatto. Quando tutto l’uomo raggiungerà la felicità il tempo non esisterà più, perchè non ce ne sarà più bisogno. E’ un’idea giustissima. Stavrogin: Dove la nasconderanno? Kirillov: Non la nasconderanno in nessuno posto. Il tempo non è un oggetto, è un’idea, Si spegnerà nella mente. ( Fedor Dostoevskij, I demoni )

25 novembre 2017

L’Appennino tosco-emiliano è segnato da una lunga e antica via che da Bologna arriva a Firenze. La Via degli Dei ricalca in parte l’antico percorso della Via Emilia. Buona parte del percorso si snoda infatti su basolato. Nelle parti più alte del cammino passerete attraverso enormi faggete. Le dolci colline del Mugello e le torri in pietra del Monte Adone sono solo alcuni dei paesaggi eterogenei in cui immergersi.  Lungo la Via degli Dei ci si ferma a dormire in agriturismi, campeggi e B&b. In ogni tappa potrete scoprire le eccellenze del territorio e i connubi spesso geniali tra la cucina emiliana e quella toscana. Il percorso può essere fatto anche in Mountain Bike considerando però che alcuni tratti non sono ciclabili. Il dislivello copre i 1460 metri di altezza, è quindi alla portata di tutti i viandanti, e di ciclisti mediamente allenati. In bicicletta può essere percorsa in 3-4 giorni, a piedi in 6.

Di seguito le tappe della Via degli Dei:

1° tappa: Bologna – Sasso Marconi – Badolo.
2° tappa: Badolo – Monzuno
3° tappa: Madonna dei Fornelli – Passo della Futa – Monte di Fo’
4° tappa: Monte di Fo’ – Passo Osteria Bruciata – San Piero a Sieve
5° tappa: San Piero a Sieve – Bivigliano
6° giorno: Bivigliano – Fiesole – Firenze

link: http://www.viadeglidei.it/

21 novembre 2017

ph. Fulvia Grandizio

8 novembre 2017

La Casina Vanvitelliana è un suggestivo casino di caccia ubicato su un’isoletta del Lago Fusaro, nel comune di Bacoli.

A partire dal 1752 l’area del Fusaro, all’epoca scarsamente abitata, divenne la riserva di caccia e pesca dei Borbone, che affidarono a Luigi Vanvitelli le prime opere per la trasformazione del luogo. Salito al trono Ferdinando IV gli interventi furono completati da Carlo Vanvitelli, figlio di Luigi, che nel 1782 realizzò il Casino Reale di Caccia sul lago, a breve distanza dalla riva.

Questo edificio, noto come Casina Vanvitelliana, fu adibito alla residenza degli ospiti illustri, come Francesco II d’Asburgo-Lorena, che qui soggiornò nel maggio 1819. All’interno dell’edificio furono accolti pure Wolfgang Amadeus Mozart, Gioachino Rossini e, più recentemente, il Presidente della Repubblica Luigi Einaudi.

Dal punto di vista architettonico, la Casina si inserisce tra le più raffinate produzioni settecentesche, con alcuni rimandi alla conformazione della Palazzina di caccia di Stupinigi, progettata alcuni anni prima da Filippo Juvarra facendo ricorso a volumi plastici e ampie vetrate. L’edificio voluto dai Borbone presenta infatti una pianta assai articolata, composta da tre corpi ottagonali che si intersecano l’uno alla sommità dell’altro, restringendosi in una sorta di pagoda, con grandi finestre disposte su due livelli; un lungo pontile in legno collega inoltre la Casina alla sponda del lago.

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7 novembre 2017

Ero solo uscito a fare due passi, ma alla fine decisi di restare fuori fino al tramonto, perché uscire, come avevo scoperto, in realtà voleva dire entrare.” john_muir

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ph. Alessio Guarino

6 novembre 2017

Napoli la percorro a piedi, lungo le sue scalinate. E mi fermo a chiedere a chi ci abita informazioni che già ho: perché prima di entrare nelle case delle persone bisogna chiedere permesso.   francesco paolo_busco

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

ph. francesco paolo_busco

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