2 giugno 2018

22 aprile 2018

Blue Pond (青い池 Aoi-ike) is a man-made pond feature in Biei, Hokkaido, Japan. It is the result of works on the Biei River (美瑛川), carried out after the 1988 eruption of Mount Tokachi, to protect the town of Biei from volcanic mudflows. The colour is thought to result from the accidental presence of colloidal aluminium hydroxide in the water. Damage caused by Typhoon Mindulle in August 2016 resulted in a temporary drop in the water level and in the colour briefly turning brown with mud and sand from the Biei River.

/

/

25 marzo 2018
23 marzo 2018
18 marzo 2018

Tutto ciò che avete da fare è tenervi il vento alle spalle.  j_conrad

/

silenzio e dolcezza a Tottori
e poco lontano, il museo di Shoji Ueda, ci sono ritornato ci ritornerò con quell’unico vecchio taxista, che dalla stazione mi porta su in salita al museo di Ueda, una buona architettura un luogo dove la luce sa bene dove andare a posarsi

/

Il primo shogun del periodo Edo, Ieyasu Tokugawa, era figlio di un signore feudale della provincia di Mikawa, facente parte della prefettura di Aichi. Egli nacque nel 1542, durante il periodo degli Stati combattenti, che durò circa 100 anni a cavallo tra il 15esimo ed il 16esimo secolo. Durante quel periodo i conflitti erano molto frequenti in tutto il Giappone. Ieyasu, durante la sua infanzia, era tenuto in ostaggio dal locale signore di Sumpu (vecchio nome di Shizuoka), crebbe come samurai e servì diversi signori influenti. Attraverso molte avversità ebbe modo di allargare la sua influenza e, poco per volta, conquistò il potere grazie alla costante diligenza e alle sue innate attitudini. Riuscì a unificare il Giappone e, nel 1603, divenne shogun. Lo shogun era il comandante supremo del sistema feudale, la più alta posizione data a un samurai dall’imperatore, capo dello stato sin dai tempi antichi. Tuttavia, in Giappone, l’attuale imperatore è una figura simbolica. Ieyasu trasferì la capitale da Kyoto a Tokyo, allora conosciuta con il nome di Edo, dove stabilì la sede del governo per dominare da lì tutto il paese. Lo shogunato di Tokugawa, conosciuto successivamente come periodo Edo, durò 265 anni (dal 1603 al 1868). Durante gli anni di pace di quel periodo, l’economia e la cultura giapponese si svilupparono notevolmente. L’influenza del periodo Edo sulla cultura giapponese la si può riscontrare tuttora nel Giappone moderno. Il periodo Edo in Giappone è uno dei rari esempi nella storia del mondo in cui un paese non sia stato coinvolto in guerre o altri conflitti bellici per un così lungo lasso di tempo.

Nel 1605, Ieyasu abdicò da shogun e gli successe il figlio Hidetada che divenne il secondo shogun del periodo Edo. Ieyasu nel 1607 si trasferì a Sumpu (l’attuale Shizuoka) da Edo (l’attuale Tokyo). Sumpu era il luogo dove aveva trascorso la sua infanzia. Amava quel posto per il clima mite e per gli stupendi paesaggi. Badava da sempre alla propria salute dedicandosi spesso alla preparazione di medicinali a base di erbe e riuscì a vivere sino a un’età abbastanza avanzata per quell’epoca. Morì nel 1616, all’età di 75 anni. Venne sepolto lì, sul monte Kuno, secondo le sue ultime volontà, e gli fu consacrato un tempio secondo il rito shintoista Kunozan Toshogu è un tempio shintoista costruito nel 1617 in onore di Ieyasu Tokugawa su ordine di suo figlio Hidetada. Il tempio comprende la sala principale, designata tesoro nazionale, oltre ad altri 13 edifici indicati proprietà culturale di grande importanza nazionale. Nel tempio è possibile ammirare magnifiche architetture e statue d’epoca. L’edificio principale del tempio è dedicato a Ieyasu. Esso darà origine allo stile architettonico chiamato Gongenzukuri, usato nell’architettura del primo periodo Edo. Vennero generosamente usati lacche e foglie d’oro per conferire a questo edificio il suo splendido aspetto. Anche gli altri edifici furono dipinti in maniera stupenda tramite l’utilizzo di lacca e adornati sontuosamente con foglie d’oro. Questi elementi sono rimasti così come erano stati costruiti, e le parti in legno, comprese le colonne, sono quelle originali. Sono stati ridipinti ogni 50 anni per la loro conservazione. Sulla facciata della sala principale c’è una immagine scolpita, che rappresenta la vecchia storia cinese di Shiba Onko (Sima Guang), un antico politico cinese, conosciuto come “La storia del vaso rotto”. Quando Shiba Onko era bambino, stava giocando con alcuni suoi amici, ed ecco che uno di loro cadde dentro un grande vaso pieno d’acqua. Nonostante sapesse che per suo padre era un oggetto molto prezioso, Shiba Onko decise di rompere il vaso con una pietra per salvare il suo amico. Più tardi, il padre apprezzò l’operato del figlio, dicendo “Con i soldi si può comprare un altro vaso ma non si può comprare la vita di un amico”. L’episodio viene interpretato come un monito di Ieyasu che ci insegna che niente è più importante della vita umana. La sua tomba si trova più in alto, al di là della sala principale, nel posto in cui fu sepolto secondo la sua volontà. La costruzione della tomba fu orientata a ovest, in direzione di Mikawa, suo paese natale, e dell’antica capitale Kyoto. Si dice che un anno dopo la sua morte, il suo spirito si suddivise, e una parte di esso fu trasferita a Nikko, a nord di Tokyo, secondo la sua volontà. Il tempio Nikko Toshogu fu costruito più tardi sull’esempio dello stile architettonico di Kunozan Toshogu. Da quel momento, altre succursali del Toshogu vennero edificate per tutto il territorio giapponese. Il tempio Kunoza Toshogu fu il primo e l’originale.

Lo spirito di Ieyasu fu deificato e venerato qui come riconoscimento dei suoi grandi meriti. Egli è tuttora una figura storica rispettata nel mondo moderno giapponese. Kunozan Toshogu attrae molti visitatori durante tutto l’anno, che pregano chiedendo salute, longevità e buona fortuna.

 

 

26 febbraio 2018

Asahikawa (旭川市 Asahikawa-shi?, lett. città del fiume del sole mattutino) è una città del Giappone ed il capoluogo della sottoprefettura di Kamikawa, nell’isola di Hokkaidō. È la seconda città più popolata della prefettura di Hokkaidō, dopo Sapporo. Nel 2011, Asahikawa faceva registrare 352.105 abitanti, distribuiti su un territorio di 747,6 km², per una densità di 470,98 ab./km². Asahikawa prende il nome dal maggiore tra gli affluenti cittadini del fiume Ishikari, il Chubetsu. Tale corso d’acqua era chiamato in lingua ainu Chiu Pet, fiume delle onde. I primi immigrati giapponesi confusero tale nome con Chu Pe, che in ainu significa fiume del sole, e che fu tradotto in lingua giapponese Asahi Kawa (旭川市? lett. Asahi = sole mattutino, Kawa = fiume).

Il territorio comunale sorge su un’ampia vallata circondata da montagne e solcata da una fitta rete di corsi d’acqua; nella municipalità sono stati costruiti più di 740 ponti. Il ponte Asahibashi, costruito nel 1932 sul fiume principale di Asahikawa, l’Ishikari, è stato annoverato nel 2004 tra i ‘patrimoni dell’Hokkaidō’ e tra gli otto panorami più belli dell’isola. Nelle vicinanze si trova il monte Asahi (旭岳 Asahi-dake?) che, con i suoi 2.290 metri, è la cima più alta dell’Hokkaidō. La città costituisce il principale snodo stradale dell’isola per raggiungere le maggiori località sciistiche dell’Hokkaidō. Anche nelle immediate vicinanze sorgono dei centri invernali con alcuni impianti di risalita e fu in quest’area che vennero approntate le prime piste da sci del Giappone.[3] La zona di Asahikawa detiene il primato per le maggiori precipitazioni nevose annue e per la più bassa temperatura mai toccata nell’arcipelago. L’evento si verificò il 25 gennaio del 1902, quando fu raggiunta la temperatura di -41 °C. L’area in cui sorge la città ospitava uno dei più grandi insediamenti del popolo Ainu. L’occupazione giapponese degli ultimi territori controllati dagli Ainu in Hokkaidō avvenne verso la fine del XIX secolo, durante il periodo del rinnovamento Meiji, ed Asahikawa fu uno dei primi centri in cui si trasferirono i colonizzatori giapponesi, nel 1889. Con il conseguente riordino amministrativo, Ishikawa ottenne lo status di villaggio nel 1893,[4] e fu posta sotto la giurisdizione del distretto di Kamikawa, tuttora esistente, facente parte dell’agenzia di Hokkaidō (北海道庁), che nel 1947 sarebbe divenuta l’attuale prefettura di Hokkaidō.

Nel 1900, ottenne il rango di cittadina, e dopo che nel 1914 le fu assegnato lo status di ward, nel 1922 venne promossa al rango attuale di città e resa quindi indipendente dal distretto. Con la legge di Autonomia Locale del 1947, vennero codificati i requisiti di distinzione tra le diverse municipalità. Il 1º aprile del 2000, Ishikawa fu inserita tra le ‘città importanti del Giappone’, (comuni la cui popolazione è compresa tra i 300.000 ed i 500.000 abitanti). Con l’insediamento dei giapponesi alla fine del XIX secolo, Asahikawa divenne presto il principale centro ferroviario, commerciale e industriale a nord di Sapporo. Tra le maggiori industrie vi sono attualmente quelle tessili, cartarie, chimiche e quelle legate alla lavorazione del legname. La città ha una lunga tradizione nella produzione del sake. La vicinanza di località sciistiche, di stabilimenti termali e del parco nazionale di Daisetsuzan ha favorito il turismo. La municipalità ha promosso tale settore con diverse iniziative, tra le quali ha raggiunto buona fama il ‘festival invernale di Asahikawa’ (旭川冬祭 Asahikawa Fuyu Matsuri?), la cui attrazione maggiore è rappresentata, come nel festival della neve di Sapporo, dalle sculture di statue in ghiaccio.

Wikipedia

6 febbraio 2018

Dal porto di Takahama si va verso le isole di Nakajima … o per arrivare a Hiroshima per riprendere la linea dello Shinkansen

Konoura, Matsuyama, Prefettura di Ehime 791-4505

/

4 febbraio 2018

Dal porto di Uno, 1030 yen per l’isola di Teshima. 1 Chome-3-2 Chikkō, Tamano-shi, Okayama-ken 706-0002

 

shikokuferry.com // gps: 34.492784, 133.952252

19 gennaio 2018

Meoto Iwa (夫婦岩), o Rocce Marito e Moglie, sono due scogli situati sulla costa di Futami, prefettura di Mie (a sud di Tokyo).

Per la religione shintoista sono sacre e rappresentano l’unione delle due divinità creatrici del Giappone, Izanagi e Izanami, e, di riflesso, tutte le unioni tra uomo e donna.

Gli scogli sono uniti da una shimenawa, una corda sacra (che di solito viene usata intorno agli alberi) costituita di paglia di riso e del peso di oltre una tonnellata. La shimenawa viene sostituita una volta l’anno, il 5 gennaio, durante una cerimonia solenne.

La roccia più grande, il “Marito”, ha inoltre sulla sommità un piccolo arco torii.

Il periodo migliore per ammirare i Meoto Iwa è l’estate, durante l’alba infatti si può osservare il Sole sorgere tra i due scogli. Nelle giornate chiare si può anche scorgere il Fujisan all’orizzonte.

I Meoto Iwa sono spesso rappresentati nelle immagini votive dell’arte popolare.

/

Voglio una casa con le finestre aperte perchè il vento della diversità entri ma non così forte da sradicarmi _Gandhi

 

/

 

Ottieni indicazioni

  mostra opzioni

Perché ogni volta che parto per un lungo viaggio ogni rancore dentro di me all’improvviso scompare, ogni malattia guarisce ogni nemico mi diventa un po amico e ogni dolore ha la sua ragione perché ogni volta che parto e come se fosse l’ultimo, perché la vita si restringe e la mia borsa è sempre più leggera sempre più  vuota e il mio orologio riprende a girare perché ogni viaggio ne vale sempre la pena, perché un posto nuovo e un posto sconosciuto di me, che finalmente vedo .. dopo tanto quotidiano cercare, perché qualsiasi solitudine è solo solitudine , perché quando parto parto solo per partire e non c’è nessun ritorno e non c’è tristezza, perché il viaggio è un regolatore del cuore e il camminare ne da il ritmo.  alessio_guarino

/

Ottieni indicazioni

  mostra opzioni
4 gennaio 2018

questo popolo non riesce ad essere felice, non lo puo per natura, e cosi ci ha rinunciato, quando lo fà è una stonatura, un sorriso puo essere sufficiente,  il riso è dei popoli felici che odia qualsiasi forma di progresso. A Kamakura ragazzi e ragazze stanno li ad aspettare onde che non arriveranno mai, e forse questa una nuova forma di meditazione? quello che inizialmente mi sembrava ridicolo adesso assume un significato diverso, sono forse le regole del Bushido applicate a nuove forme di pratiche estetiche? prepararsi con tanta cura lucidarsi la tavola indossare con un certo orgoglio la muta, chiudersi le lampo con un gesto netto e sicuro entrare in acqua come se fosse l’ultima volta e poi … stare li fermi seduti in direzione orizzonte.

ho un solo desiderio, dormire

qui non dorme mai e mi elenca tutti i posti dove si puo dormire, compreso il baule della vecchia Volvo di suo padre, a volte di mattina ci si veste bene per andare a dormire, giusto per appisolarsi in una hall di albergo, ordina dei pasticcini, grossi occhiali da sole e finalmente si puo dormire in un posto pulito con aria condizionata.  Oramai riesce ha dormire stando ferma in una posizione di perfetta attesa. ritornando a casa sulla Yamanote sen si continua a dormire, fossero ad orario continuo dal treno di sera tardi non scenderebbe più nessuno

26 dicembre 2017

24 dicembre 2017

14 dicembre 2017

 

/

 

Ciò che è per noi il dolce canto autunnale dei grilli è ciò che noi siamo per gli alberi ed è ciò che essi sono per i sassi e le colline. Gary Snyder

4 dicembre 2017

A Odaiba non mi stanco mai di ritornarci, lunghi giri in bici a piedi sul Rainbow Bridge come un pazzo vado su è giù, tra le vedute più belle su Tokyo, vento sole odore intenso di mare e di città che respira

/

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

/

8 novembre 2017

 

7 novembre 2017

ph. Alessio Guarino

31 ottobre 2017

Stamattina non sono di nessuna religione. Il mio dio è il dio dei viandanti. Se si cammina con abbastanza energia probabilmente non si ha bisogno di nessun altro dio.  b_chatwin | in patagonia

/

/

siamo tutti in fondo a un inferno, dove ogni attimo è un miracolo.  Emil Cioran

29 ottobre 2017

Zekkei No Yuyado Toya Kohantei Ryokan Abuta

ph. Alessio Guarino

/

13 ottobre 2017

/

Yakushima屋久島 Yakushima ) è un’isola che fa parte dell’arcipelago delle Isole Ōsumi, si trova a sud di Kyūshū, nella prefettura di Kagoshima, in Giappone. Si estende su una superficie di circa 500 chilometri quadrati ed ospita una popolazione di circa 15.000 abitanti. L’isola di Yakushima è separata dall’isola di Tanegashima per mezzo dello stretto chiamato Yakushima Kaikyō. Il punto più elevato di Yakushima è il Miyanoura-dake, che si eleva per 1.935 metri sul livello del mare. L’isola è coperta da una fitta foresta, famosa per le piante di cryptomeria (chiamate col nome di sugi in Giappone) e di rododendro.

Ciò che resta di quest’antica foresta è stato inserito nel 1993 nell’elenco dei Patrimoni dell’umanità dell’UNESCO. Già dal 1993 era stata dichiarata riserva della biosfera Un detto popolare sostiene che qui piove per 35 giorni al mese: in effetti le statistiche dicono che questo è uno dei luoghi con le più frequenti ed intense precipitazioni del mondo, con fenomeni che assommano fra i 4 e i 10 metri l’anno. La stagione delle piogge è concentrata in primavera ed estate, spesso accompagnata da frane e smottamenti, mentre nel resto dell’anno si possono avere anche alcuni periodi relativamente secchi. Yakushima è il luogo più meridionale del Giappone in cui si verifichino precipitazioni nevose, che soprattutto nella zona montuosa possono accumularsi per mesi prima di sciogliersi, mentre la temperatura dell’oceano non scende mai al di sotto dei 19 gradi.

La foresta dell’isola è meta di un grande numero di turisti, circa 300.000 all’anno. Si dice che abbia ispirato l’ambientazione del film d’animazione Princess Mononoke, di Hayao Miyazaki. La foresta appare anche nel film Mothra del 1996.

Yakushima è stato un centro per la ricerca sui veicoli a cella a combustibile di idrogeno della Honda. L’elettricità prodotta sull’isola viene per il 50% da fonti idroelettriche e una piccola parte di essa è stata usata per produrre idrogeno nel corso di un esperimento condotto dall’università di Kagoshima.

/

Ishizukayama

ph. Alessio Guarino

/

Ishigaki (石垣市 Ishigaki-shi) è una città del Giappone meridionale che fa parte della Prefettura di Okinawa. Comprende i territori dell’omonima isola di Ishigaki, che fa parte dell’arcipelago delle isole Yaeyama, e quelli delle disabitate isole Senkaku, contese al Giappone da Cina e da Taiwan, che ne reclamano la sovranità. Secondo una stima del 2010 vi sono 46.938 abitanti, distribuiti su un’area di 228,91 km², per una densità di 205,05 ab./km²

Nel 2007, l’isola di Ishigaki è stata inserita nel Parco nazionale di Iriomote-Ishigaki, di cui già facevano parte le isole di Iriomote, Kuroshima, Taketomi, Kohama ed altre minori.

/

Kabira Bay

30 settembre 2017

House of Light | James Turrell

When I first met Fram Kitagawa, he asked me to make a “meditation house” for the Echigo-Tsumari region. He gave me a book written by Junichiro Tanizaki “In Praise of Shadows.” The condition he gave me was that the house must be raised over 2.7m above the ground because of snow covering in winter. After reading “In Praise of Shadows”, I decided to create a house in the traditional architectural manner of this region. I wished to realize the ” world of shadows we are losing,” as Tanizaki wrote, as a space where one can experience living in light, by relating light inside to light outside.

Light outside is light in sky. I devised to have the roof slide so that one could look up at the sky through the opened ceiling. As Tanizaki describes that “In making for ourselves a place to live, we fitst spread a parasol to throw a shadow on the earth, and in the pale light of the shadow we put together a house.(…) If the roof of a Japanese house is a parasol, the roof of a Western house is no more than a cap,” my designed house should have a roof as a parasol. A parasol to cover as well as a parasol to open. The sky light has different aspects at daytime and night.

Light inside is light in water. I furnished the bathroom with fiber optic so that one could look down light
in the water of the bath.

On the top of the house, one can look out trees over the Shinano River, while on the first floor one can look into trees.

In the interior space, one can experience a soft transforming light.
I attempted to create the “beauty of shadows” by using familiar Japanese idioms such as shojii (paper sliding door) and tokonoma (alcove).
The blue of sky, the gold of walls, the red of an alcove, the green of the bath and the black tone over the entire space will bring about subtle contrast.
This is an approach to Japanese culture of mine as a Western.

For me as an artist who has sought for the “perception of light”, the House of Light was an attempt to contrast as well as to incorporate day and night, the Eastern and the Western, tradition and modern –  link

ph. Alessio Guarino

/

 

 

29 settembre 2017

Ottieni indicazioni

  mostra opzioni
26 settembre 2017

20 settembre 2017

ph. Alessio Guarino

15 settembre 2017

 

/

Ottieni indicazioni

  mostra opzioni

 

“Radiation Free Summer Camp with Wild Dolphins” Film & Edit: Leo Pellegatta
Giving an opportunity for children in Fukushima to feel the world of wild dolphins.
kidsdolphincamp.com

Aokigahara (青木ヶ原), conosciuta anche col nome di Jukai (樹海 in giapponese letteralmente “mare di alberi”), è una foresta di 35 km² situata alla base nord-occidentale del Monte Fuji in Giappone.

La foresta è composta in gran parte da rocce laviche, caverne di ghiaccio, fitti alberi e arbusti, che frenando l’azione del vento rendono la foresta particolarmente silenziosa. La foresta è inoltre tristemente conosciuta in Giappone e nel resto del mondo soprattutto per essere teatro di numerosi suicidi, 54 commessi nel solo 2010, nonostante la presenza di numerosi cartelli, in giapponese e in inglese, che invitano le persone a riconsiderare le proprie intenzioni.

Aokigahara si estende per circa 3000 ettari ai piedi del Monte Fuji e si formò dopo l’eruzione del monte Nagaoyama, un vulcano parassita del Fuji nell’anno 864. Il flusso di lava ha creato un terreno cavernoso caratterizzato da una fitta vegetazione, costituita principalmente da boschi di conifere come la Tsuga sieboldii e cipressi, alberi decidui come la quercia giapponese (Quercus crispula) e numerosi arbusti come il fiore della neve giapponese. Essa appare all’occhio del visitatore quasi inaccessibile, dando la percezione a coloro che si addentrano nei suoi sentieri di non trovare più la via d’uscita. Questo ha reso il luogo molto popolare per le persone determinate a porre fine alla loro vita in solitudine. Nonostante questo, la foresta è meta gradita di escursionisti, ciclisti e amanti dell’avventura. Questi visitatori, con l’intenzione di ritrovare la strada del ritorno, segnano il loro percorso con del nastro adesivo, tecnica poco gradita ai vari ranger che si occupano della protezione del parco. Infatti la foresta è per buona parte designata come zona protetta, dove è fatto divieto danneggiare la vegetazione.

 

La vita comincia dove il pensiero finisce. Jiddu_Krishnamurti

26 luglio 2017

Taketomi (竹富町 Taketomi-chō, Yaeyama: Teedun, Okinawan: Dakidun) is a town located in Yaeyama District, Okinawa Prefecture, Japan.

The town includes all of the islands in the Yaeyama Islands excluding Ishigaki, Yonaguni, and the Senkaku Islands. This includes the islands of Iriomote, Taketomi, Kohama, Kuroshima, Hateruma, and Hatoma. Although Ishigaki is not part of the town of Taketomi, the town hall is located there.

As of October 2016, the town has an estimated population of 4,050 and the density of 12 persons per km2 (31/sq mi). The total area is 334.02 km2 (128.97 sq mi).

/

6 luglio 2017

4 giugno 2017

Tōya-ko mattina/sera
un piacere tutto tuo, nel ripetere i soli gesti quotidiani di ogni mattina come farsi la barba guardando verso fuori, e sei lontano ma non abbastanza…>

5 aprile 2017

ad odaiba tutto e costruito intorno a due enormi inceneritori belli da vedere con i loro pennacchi che toccano il cielo, colorati pacifici uno in particolare ha una tangenziale su tre livelli che ci gira intorno, proprio come una torre di Babele. A volte mi chiedo cosa ha fatto di male questo ex popolo di pescatori e contadini per meritarsi questo. Lasciarsi alle spalle file e file di condomini, giusto per fare riposare un po lo sguardo, adoro andare in bici adoro produrre quel suono leggero di ruote sottili che girano e muovono solo aria.

/

sono anche queste qui le vedute interessanti della citta` e qui che puoi vedere la fine di ogni speranza, il fallimento di qualsiasi sogno di vita in comune.

/

l’auto ha volgarizzato la nostra vita, l’ossessione dell’eleganza ha volgarizzato il nostro corpo, l’eccesso di cibo ha indebolito il nostro stomaco la nostra schiena.

“Ci sono sempre state molte ragioni per viaggiare, la più semplice delle quali – già complessa – consiste nel farlo per il guadagno e per l’avventura, due motivazioni difficilmente separabili, persino nei mercanti delle Mille e una notte e in Marco Polo. Per convertire a una religione in cui si crede altri uomini, che si troverebbero immersi nella notte dell’ignoranza, come facevano i francescani che si addentravano nell’impero mongolo, Francesco Saverio in Giappone, o anche i monaci indù che evangelizzavano la Cina, o i monaci cinesi in cammino alla volta del Giappone. In altri casi per ritrovare, come Ulisse, una patria perduta, o, come si auguravano, sembra, i grandi navigatori primitivi del Pacifico, per cercare un’isola che offrisse condizioni di vita più favorevoli di quelle dell’isola che si abbandonava. Molto presto, a tali ragioni si aggiunge una nuova motivazione: la ricerca della conoscenza. Ulisse, come ha visto così bene il poeta greco moderno Kavafis, deve trovare negli innumerevoli scali che lo separano da Itaca un’occasione di istruirsi e di godere della vita. I viaggi alla ricerca della conoscenza sono di ogni tempo: conosciamo quelli, sovente leggendari, dei sapienti greci alla volta dell’Egitto, dei romani alla volta della Grecia, dei giapponesi alla volta della Corea o della Cina, dei filosofi occidentali del Medio Evo alla volta del mondo mussulmano e dell’Asia. Il viaggio in regioni lontane è diventato un ingrediente quasi indispensabile della vita dei filosofi, che si tratti di Solone3 o di Paracelso. In ogni caso, si tratta di istruirsi sul mondo com’è, e di istruirsi, anche, davanti alle vestigia, su come è stato.

Nelle mie opere, si impongono soprattutto due viaggiatori. Uno, l’imperatore Adriano, sembra aver davvero posseduto le caratteristiche più essenziali dei viaggiatori di tutti i tempi; uomo d’affari e uomo di stato mosso da ragioni pragmatiche, che abbracciava nei suoi spostamenti il vasto mondo romano del suo tempo e le sue frontiere barbariche, ma per il quale il viaggio era anche gusto e passione personali e, com’è tipico anche ai nostri giorni di ogni viaggio fatto con intelligenza, una scuola di resistenza, di stupefazione, quasi un’ascesi, un mezzo per perdere i propri pregiudizi, mettendoli in contatto con quelli dello straniero. Adriano il Greco, come lo chiamavano i suoi detrattori a Roma, è uscito dalla routine romana, o piuttosto ha saputo integrarvi dell’altro, grazie alla sua cultura, certamente, ma almeno altrettanto grazie ai suoi viaggi. Sembra che sia stato il primo uomo – il primo uomo noto – a inerpicarsi su una montagna non solo per ragioni religiose, come fece sul monte Cassius in Siria, ma anche, come sull’Etna, per il puro piacere estetico e scientifico di contemplare dall’alto il levarsi del sole. Al tempo stesso organizzatore, pellegrino, osservatore e cultore del bello spettacolo del mondo.

Nella mia isola americana dei “Monts-Déserts”, come la chiamavano i navigatori francesi che l’hanno scoperta nel XVII secolo, si trova una montagna che altrove verrebbe definita piuttosto un’alta collina, ma dal momento che è la sola altura sulla costa atlantica tra il Labrador e l’America Centrale, il suo effetto è maestoso. È anche il punto del territorio degli Stati Uniti che viene sfiorato per primo dai raggi di sole del mattino, e gli indiani che vivevano in tali paraggi portavano per questa ragione il nome di “popolo dell’aurora”. Cinque o sei anni fa, incontrai nella strada del villaggio un viaggiatore giapponese, un uomo d’affari, che era appena salito a piedi su questa montagna per assistere allo spettacolo dell’alba sull’arcipelago che circonda Mount Desert,5 ma anche per pregare – preghiera buddista o scintoista – per ottenere ciò di cui abbiamo tutti un gran bisogno, la pace nel mondo. Questo viaggiatore, munito dell’inevitabile macchina fotografica, rientrava nella grande categoria di coloro per i quali il viaggio è al tempo stesso una prodezza fisica – lo è sempre, più o meno – un’esperienza estetica personale e un momento di contatto con il sacro.
Zenone, il secondo grande viaggiatore della mia produzione letteraria, è al tempo stesso motivato dalla necessità di guadagnarsi da vivere – è medico, ma anche, quando vuole, come sempre a quell’epoca, alchimista e astrologo – e dalla persecuzione di ordine religioso, morale e politico, che l’obbliga a fuggire da un paese all’altro, fino al momento in cui trova rifugio nella morte. Tuttavia, il suo scopo essenziale è di nuovo la distruzione dei pregiudizi e delle consuetudini, che costituisce per un uomo d’intelligenza uno dei più chiari profitti del viaggio, e la ricerca appassionata di tutti i modi della conoscenza – per lui principalmente metafisica e alchimistica – che i secoli hanno accumulato in certi punti del mondo più che altrove. “Chi vorrebbe morire senza aver fatto almeno il giro della propria prigione?” esclama a vent’anni il giovane Zenone, inebriato dalla sua prima partenza per le strade.  Zenone impiega quasi quarant’anni a compiere, nei limiti del possibile, il giro della sua prigione, prima di morire in un carcere autentico della Fiandra. Assimilando a buon diritto lo studio e il viaggio, ha avuto a tratti l’impressione di camminare sul mondo come su un libro aperto.

Come sempre, quando si va lontano su questa strada, la nozione stessa di esotismo e il fascino che avvolge da lungi i paesi sconosciuti si dissolvono. Gli stessi mali e gli stessi errori si trovano dovunque sotto forme differenti. “Non ti parlerò delle attrattive dell’Oriente”, dice Zenone, “non esistono.”7 Suo cugino Enrico-Massimiliano, che durante tutta l’adolescenza ha sognato l’Italia, e ha finito per trascorrervi la vita come soldato di ventura, fa in termini più sommari la constatazione che tutto si equivale: “Il clima è migliore in Italia che in Fiandra, ma vi si mangia peggio.” Ci sono viaggi nel tempo come viaggi nello spazio: “Plutarco”, dice Zenone, “m’insegna che Alessandro si ubriacava come un qualsiasi mercenario… I vostri grandi uomini del passato sono come Costantinopoli e Damasco, che sono belle a distanza: bisogna camminare per le loro strade per vederne le sozzure e i cani famelici.” La conoscenza di mondi stranieri, sia nel tempo che nello spazio, ottiene il risultato di distruggere la ristrettezza di spirito e i pregiudizi, ma anche l’entusiasmo ingenuo che ci faceva credere nell’esistenza di paradisi, e la stolta opinione che eravamo qualcuno. “Verità al di qua dei Pirenei, errore al di là”, “Quanti regni ci ignorano”, dirà più tardi Pascal, che fu dal canto suo un sedentario. E proprio perché hanno superato questi due scogli che Zenone ed Enrico-Massimiliano sono uomini liberi.
Un terzo mio personaggio, Nathanaël, “un uomo oscuro”, non è nemmeno, di sua spontanea volontà, un viaggiatore. A dire il vero, questo contemplativo quasi puro riesce a essere pressappoco senza volizione. Ma il caso, tra il suo sedicesimo e il suo ventesimo anno, fa di lui un marinaio che va dall’Inghilterra alla Giamaica e alle Barbados, e poi finisce naufrago su una costa scoperta di recente, la futura Nuova Inghilterra, e vi sperimenta per parecchi mesi la solitudine, prima di tornare a passare il resto della sua breve esistenza in Olanda, suo paese d’origine, dove morirà del resto solo come lo era stato in quella che chiamava l’“isola perduta”. I suoi viaggi non sono stati voluti, ma hanno avuto su questo “uomo oscuro” lo stesso effetto esercitato su Adriano o Zenone, benché lo abbiano condotto in regioni del mondo a loro ignote e, d’altronde, a loro inaccessibili. Gli hanno insegnato, da una parte, la diffidenza nei confronti delle opinioni correnti del suo paese e del suo secolo; dall’altra, il fondo comune di tutta l’avventura umana. Si rende conto ormai che l’immensa e rumorosa Amsterdam, traboccante di edifici nuovi, d’oro e di affari, non è stata un tempo che una vasta pianura paludosa, come quelle che gli è capitato di vedere sulla costa orientale del continente americano, e forse un giorno lo ridiventerà, e che gli scalpi dei selvaggi inalberati sulle picche non sono né più né meno orribili delle teste dei decapitati appese a quell’epoca alle porte della città di Londra. Ha scoperto uno dei segreti della vita in ogni luogo e in ogni tempo: l’uniformità sotto la varietà delle apparenze.

Ma sarebbe troppo bello sperare che tutti i viaggiatori riportassero qualcosa dai loro viaggi. I viaggiatori pecoroni sono di tutti i tempi. È Hugo che, con genio, ha equiparato la guerra al viaggio: “I due modi primitivi dell’incontro dei popoli.” I soldati inglesi o francesi inviati a Okinawa10 non hanno imparato gran che, gli uni sul Vicino Oriente, gli altri sull’Asia. Si è detto spesso, e a ragione, che le crociate per molti partecipanti sono state innanzitutto un viaggio: un viaggio del genere pellegrinaggio, in cui si trattava al tempo stesso di vedere e di riconquistare i luoghi santi, di commuoversi a un passato di pie leggende – poiché le vie dello spazio incrociano sempre quelle del tempo – ma ugualmente di arricchirsi con il saccheggio di Costantinopoli, o di riportare dall’Oriente delle reliquie, spesso false, come faranno i turisti secoli dopo con i ricordini. I pellegrini più pacifici, ma sovente ladruncoli, che si recavano, talvolta a interi villaggi, a Compostella, erano certamente anch’essi in cerca di diversivi quanto di santificazione. Anche la grullaggine appartiene a tutti i tempi. Di Eroda,11 piccolo drammaturgo greco, esiste la descrizione di una visita fatta da due donne a un tempio, meta del loro pellegrinaggio, vittime delle ciance del sagrestano che non lascia che ignorino nulla delle curiosità del luogo. La scena, nella sua piattezza così lontana dall’autentica pietas, si è ripetuta o si ripete ai nostri giorni in tutti i luoghi santi del mondo. La devozione ne è assente, e anche la curiosità intelligente.

In realtà, il “viaggio organizzato” dei nostri giorni protegge da ciò che il gergo contemporaneo chiama gli “shock culturali”. Si resta tra sé, sfuggendo almeno in parte alla novità e alla specificità ambientali. L’anno scorso, in Egitto, ho avuto l’occasione di osservare quaranta americani del Tennessee che facevano un viaggio turistico per conoscere la “terra dei faraoni”, cioè il passato, e il colore locale del posto, cioè il presente, in un paese lontano dal loro. In effetti, mangiano cibi preparati, spesso male del resto, per turisti americani, dormono in alberghi che somigliano o si sforzano di somigliare ad alberghi americani, contemplano i grattacieli del Cairo o di Assuan con la rassicurante impressione di trovarsi comunque un po’ a casa propria, e con la sensazione, ancora più rassicurante, che in quei settori da loro si fa di meglio. Al ritorno dalle escursioni, le signore lavorano a maglia, parlando dei figli rimasti in patria; una di loro si lamenta per aver dovuto respirare “polvere vecchissima”. Gli autobus che li accompagnano in zone selezionate, sterilizzate si potrebbe dire, non offrono loro soltanto l’aria condizionata, ma anche un condizionamento creato dai discorsi della guida e dal programma prestabilito dell’agenzia di viaggi. Persino la danza delle almee, di rigore alla cena di gala dall’ultima sera, assume per i gruppi americani un’aria da film in technicolor, per i francesi un’aria da Folies-Bergère. In tale ottica, quanto c’è in ogni paese di specifico e di insostituibile viene sentito soltanto come una “curiosità”, una serie di grandi gingilli architettonici che bisogna aver visto e che si citeranno – abbastanza raramente, del resto, dato che i viaggi, una volta fatti, vengono presto dimenticati – con un entusiasmo forzato, ma che alla fine occupano uno spazio abbastanza ridotto se paragonati agli acquisti di souvenir, ai ristoranti, al giro in autobus di Paris la nuit, anche meno autentico dei giri di cattedrali.

Questo stato mentale, largamente accresciuto dalla commercializzazione del nostro tempo, per cui il “viaggio di piacere” non è che una derrata come un’altra, non risale solo a ieri. Visitare bene un paese equivale a cercare di conoscerlo e, fino a un certo punto, a farlo proprio nel suo presente e nel suo passato, a tentare di vedere infine ciò che significa per coloro che ci vivono. Pochissimi fanno tale sforzo. La maggior parte delle relazioni di viaggio di un tempo ci lasciano insoddisfatti. Montaigne, tipo casalingo, che fu, quando se ne presentava l’occasione, un buon viaggiatore, sempre contento di “trascorrere la propria vita col sedere sulla sella”, descrive con cura le località termali della Germania e dell’Italia dove è andato a farsi curare senza grandi risultati, indica qui un edificio interessante, lì una casa di campagna gradevole, ma l’aria e il colore del tempo sono assenti, o entrano nel suo racconto solo tramite un dettaglio totalmente casuale. Mi si dirà che l’arte della descrizione romantica o impressionista non era stata ancora inventata. Eppure, anche se molto raramente, un uomo di genio supplisce a tale carenza: nel saggio che Giordano Bruno ha intitolato, in modo così tragicamente profetico, La cena delle ceneri, una descrizione della possente e selvaggia Londra del XVI secolo ci sconvolge ancora.

Ho accennato all’eterno viaggio nel tempo che è anche un viaggio nello spazio. Bisogna ricordare a questo proposito che ogni epoca “sceglie” il proprio passato, escludendone altri che essa decide di ignorare o di disapprovare. Gli innumerevoli pellegrini che si sono recati nella Roma del Medio Evo hanno visto raramente le antichità della Città Eterna, che pure erano più numerose e meno rovinate o meno artificiosamente restaurate di quanto lo siano oggi. Il passato che essi cercavano era quello dei martiri cristiani, e la loro Via Appia quella su cui san Pietro era tornato indietro dopo la richiesta di Cristo. Anche il nostro amico Montaigne, così appassionato dell’antichità dei libri, così felice di aver ricevuto il titolo di cittadino onorario di Roma, si sofferma abbastanza poco sulle pietre. Eppure il vento gira verso questo periodo con Du Bellay, che ha lasciato le più nobili descrizioni possibili delle rovine di Roma:

Mi piace di più la dimora costruita dai miei avi
della facciata audace dei palazzi romani;
più del duro marmo mi piace l’ardesia fine.

Quest’uomo che non amava molto i viaggi, ha sentito sul posto la presenza del tempo antico, come avrebbe fatto in seguito Piranesi. In compenso, i suoi sonetti satirici su Venezia e sulla Roma della sua epoca non recano alcuna traccia delle bellezze di Venezia o di quelle della Roma dei papi. Nel XVIII secolo, Goethe, durante il suo viaggio in Italia, si innamorerà dei ruderi della campagna romana e delle opere d’arte greco-romane della collezione Albani e del Vaticano che, a noi che conosciamo almeno parzialmente l’arte greca, fanno l’effetto di prodotti già imbastarditi, ma non degnerà di un’occhiata Assisi. Bisogna aspettare i romantici perché il viaggio assuma l’aspetto di pellegrinaggi appassionati verso i begli oggetti e i bei siti sotto tutte le loro forme, e i ricordi storici quali che siano.

Per Chateaubriand, che non solo ha viaggiato in Italia, ma è vissuto a Roma, tutto, persino la morte di Pauline de Beaumont, è stato maestosamente accompagnato dalle cadenze dell’arte antica e abbellito dalle passate glorie della Chiesa. Ha descritto Atene, allora caotico borgo, ma l’ha illuminata con le luci della sera sul Partenone. Arriviamo all’epoca in cui, per il viaggiatore, presente e passato si sovrappongono incessantemente. Flaubert ha trovato in Egitto il colore locale arabo e turco, la sporcizia, la depravazione, abbelliti dal mistero di un Oriente favoloso che ha introdotto in seguito in Salammbô e nella Tentazione di sant’Antonio, ma l’egittologo era appena nato: ha conosciuto le rovine faraoniche meno di quanto avrebbero potuto farlo i nostri turisti del Tennessee. Verso la fine del secolo, è l’immagine del passato a dominare: Firenze, Venezia, Toledo, l’Italia del Viaggio del condottiero15 sono diventate per Walter Pater, Barrès e Suarès luoghi mitici in cui sembra che la Bellezza, con la “b” maiuscola, regni incontrastata: tutto ciò che potrebbe contraddire tale visione esaltata viene passato sotto silenzio o liquidato in poche parole. Loti faceva lo stesso per l’Asia: la sua descrizione dell’Iran è un arazzo persiano. I prospetti delle agenzie di viaggi dei nostri giorni riprendono, sotto forma volgarizzata, lo stesso atteggiamento [selettivo]. Le immagini che presentano si limitano, secondo i gusti dei clienti, agli aspetti artistici del passato o ai prodigi della tecnologia moderna; gli squallidi sobborghi e gli agglomerati sordidi vengono esclusi. Il grande cineasta Vittorio de Sica è riuscito ad ambientare a Roma uno dei suoi film più belli, senza mostrare una sola volta uno degli aspetti che per il turista costituiscono Roma. Che lo sappia o no, il viaggiatore contemporaneo, sforzandosi di sfuggire alla routine del suo ufficio e del suo building, cerca ancora, come il viaggiatore romantico prima di lui, un paese in cui tutto sia solo “ordine e bellezza”, o, come direbbe la terminologia buddistica, una “Terra Pura”. È suppergiù ciò che la Cina è stata per i contemporanei di Voltaire, il Giappone per quelli dei Goncourt. Del resto, la brevità della maggior parte dei viaggi organizzati oggi va nella stessa direzione: il turismo seleziona il mondo; il turista ottuso che ha visitato in otto giorni cinque capitali europee non conserva che il ricordo confuso di una sorta di documentario, che avrebbe anche potuto vedere nel cinema del suo quartiere; il viaggiatore sensibile alla bellezza dei luoghi, ma che non può dedicare a essi che alcuni brevi momenti, conserva del Taj Mahal o di Nara18 il ricordo evanescente di un sogno.

Le facilità stesse e gli inconvenienti del viaggio moderno rendono spesso più difficile la conoscenza intima dei paesi, nel loro presente come nel passato. Un turista, che ritrova a Parigi il suo stesso Hilton e la sua stessa muzak,19 sa poche cose della vita domestica dei francesi.
La nostra epoca, che al tempo stesso favorisce il viaggio e si difende dalla corrosione del turismo di massa, frappone i suoi parcheggi, i suoi tornelli e i suoi reticolati tra i monumenti e noi, e ci impedisce di sognare liberamente tra le rovine come fecero i contemporanei di Piranesi;20 per un errore che si è spesso rimproverato agli architetti del XIX secolo, Viollet-le-Duc in testa, gli edifici troppo rifatti assumono il più delle volte l’aspetto di una scena da film. La corda che da qualche anno circonda le rovine di Stonehenge21 potrebbe essere scavalcata senza difficoltà, ma ci impedisce efficacemente di fare un salto di trenta secoli. Per seguire il pellegrinaggio di Bashō nella campagna giapponese, bisogna eliminare mentalmente la moderna autostrada che taglia in due i paesaggi di una volta, sopprimere le grandi città industriali che sorgono al posto delle rustiche barriere dipinte da Hiroshige,22 e decuplicare o centuplicare il tempo impiegato per il suo pellegrinaggio. Per vedere il Partenone, come l’hanno visto non solo Pericle, che lo conobbe sovraccarico di ornamenti multicolori e di scudi d’oro, che probabilmente ci guasterebbero la purezza della sua architettura, o Byron, che lo vide davvero in rovina, ma anche noi stessi una trentina di anni fa, bisogna eliminare col pensiero l’inquinamento di Atene.

È dall’eccesso di entusiasmo e talvolta di ingenuità, che caratterizzava il viaggio romantico, che sono uscite le grandi proteste postromantiche: Il viaggio di Baudelaire e La città di Kavafis. Flaubert, in una delle sue lettere, parlava già dei barbari di un tempo che abbandonavano il loro paese come per lasciare se stessi. Baudelaire e Kavafis spingono più lontano questa idea di inutile fuga fuori di sé. Baudelaire, certo, non nega gli incanti del viaggio:

II risplendere del sole sul mare violetto,
lo splendore delle città nel sole che tramonta,
ma osa confessare, cosa che un romantico non avrebbe fatto, che, in quei luoghi lontani,
ci siamo spesso annoiati, come qui.

La noia, indubbiamente, era uno degli atteggiamenti obbligatori del dandismo, ma Baudelaire era qualcosa di più e di meglio di un dandy: non ignora che la propria noia e la propria angoscia sono di natura metafisica, dovute [allo] spettacolo noioso dell’eterno peccato,
lo spettacolo che finisce per perseguitare tutti i lettori della storia, ossessionati dalla violenza e dai crimini del passato, e che ci tormenta ugualmente sulle strade del mondo contemporaneo, in cui si scoprono in maggior o in minor misura le tracce dell’ingiustizia sociale, la scia di menzogne dell’impostura pubblicitaria, i segni spesso irreparabili dell’inquinamento, le cicatrici o le minacce nucleari.
Inoltre, noi sappiamo forse meglio dei nostri predecessori che ogni impressione è almeno in parte soggettiva, e che ci ritroviamo dovunque e comunque di fronte a noi stessi. Kavafis, che consigliava così magnificamente a Ulisse di godere delle gioie offerte da tutti i porti prima di fare ritorno a Itaca, ricorda anche al suo viaggiatore che, in realtà, non uscirà mai dal suo luogo d’origine e che, dovunque vada, la sua città gli andrà dietro. L’uomo di Baudelaire, dovunque si rechi, non fa che [cullare il proprio] infinito sul finito dei mari.
Un simile atteggiamento si presenta forse in modo esageratamente cupo; non tiene abbastanza conto dei benefici del viaggio. Passa quasi sotto silenzio il fatto che sembra esserci nell’uomo, come nell’uccello, un bisogno di migrazione, una vitale necessità di sentirsi altrove. Baudelaire stesso, così spesso spregiatore del viaggio, ha riconosciuto il bisogno quasi irrazionale che dorme in tutti noi:

Ma può dirsi un viaggiatore
solo chi parte per partire: lieve
ha il cuore a somiglianza del pallone,
non si allontana mai dal suo destino,
senza saper perché dice: Partiamo!

Del resto, il poeta ha pur visto bene, con il genio quasi mistico che lo caratterizza, che tante partenze successive non possono culminare che in una partenza finale:

Ci imbarcheremo, con il cuore lieto
del passeggero giovane, sul mare
delle Tenebre. Udite queste voci
che cantano suadenti e insieme funebri:
“Di qui, questa¨ la via, voi che volete
mangiare il loto profumato! I frutti
miracolosi di cui il vostro cuore
ha fame si vendemmian qui; venite
a inebriarvi alla dolcezza strana
di questo pomeriggio senza fine!
Lo spettro, al noto accento, indoviniamo;
laggiù le loro braccia i nostri Piladi
ci tendono. E colei cui baciavamo
una volta i ginocchi, dice: “Nuota
alla tua Elettra, a rinfrescarti il cuore!
O Morte, vecchio capitano, è tempo!
Leviamo l’ancorai Ci tedia questa terra,
o Morte! Verso l’alto, a piene vele”.
Se nero come inchiostro è il mare e il cielo,
sono colmi di raggi i nostri cuori,
e tu lo sai!

Ma se è così, se la nozione di partenza è legata, da una parte, a tante difficoltà e, dall’altra, a tanti malintesi, vale la pena di uscire dal proprio luogo? Quel traduttore geniale che fu Arthur Waley, che meglio di ogni altro fece conoscere all’Europa tanti grandi testi del Giappone e della Cina, ebbe ragione di non venire mai in Asia, di non confrontare mai l’immagine che la sua cultura gli offriva con quelle che gli avrebbero offerto i suoi occhi? Non lo crediamo. Sentiamo che, nonostante tutto, i nostri viaggi, come le nostre letture e i nostri incontri con i nostri simili, sono mezzi di arricchimento che non possiamo rifiutare.”  

Marguerite Yourcenar, Il giro della prigione, Viaggi nello spazio viaggi nel tempo, Conferenza tenuta all’Istituto Francese di Tokyo, il 26 ottobre 19821

20 gennaio 2017

/

/

La lancetta della vita. — La vita è fatta di rari, isolati momenti di estrema significatività e di innumerevoli intervalli nei quali, nel migliore dei casi, aleggiano intorno a noi le ombre di quei momenti. L’amore, la primavera, ogni bella melodia, i monti, la luna, il mare, tutto parla completamente al cuore una volta sola: se pure riesce mai a diventar parola. Infatti molti uomini non hanno affatto quei momenti e sono essi stessi intervalli e pause nella sinfonia della vita reale. Friedrich Nietzsche

/