12 luglio 2018

La Grande barriera corallina (in inglese Great Barrier Reef) è la barriera di corallo più grande del mondo, composta da oltre 2 900 barriere coralline singole e da 900 isole; si estende per 2 300 km, su una superficie di circa 344 400 km². È una delle più grandi attrazioni turistiche dell’Australia, generando ogni anno un reddito per 5 miliardi di dollari australiani (3,9 miliardi di dollari). È situata al largo della costa del Queensland, nell’Australia nord-orientale. La Grande Barriera Corallina può essere vista dallo spazio ed è la più grande struttura fatta di un unico organismo vivente. La struttura è composta da miliardi di minuscoli organismi, noti come i polipi del corallo. La barriera ha una grande biodiversità, ed è stata inclusa come Patrimonio dell’Umanità nel 1981. La CNN l’ha inclusa nelle sue sette meraviglie del mondo.

Una grande parte della barriera corallina è protetta dal Parco Marino della Grande Barriera Corallina, che contribuisce a limitare l’impatto umano, come ad esempio il sovrasfruttamento e il turismo. Altre pressioni ambientali per la barriera corallina e il suo ecosistema sono la qualità delle acque di deflusso, il cambiamento climatico insieme allo sbiancamento dei coralli.
Nel 2016 la Grande barriera corallina, secondo uno studio pubblicato su Nature nel marzo 2017, ha subito uno sbiancamento senza precedenti a causa di un innalzamento della temperatura del mare di 4 gradi, che ha portato alla morte di più del 20% dei coralli; al nord, addirittura, ne sono scomparsi i due terzi. David Wachenfeld, coautore della ricerca, ha affermato che la Barriera australiana è praticamente morta e che se non si interverrà per limitare il riscaldamento globale […] la sua fine arriverà molto presto.

La Grande Barriera Corallina sta per perdere lo status di patrimonio mondiale dell’Unesco, guadagnato nel 1981. Le Nazioni Unite dovranno decidere entro luglio 2017 se classificarla “in pericolo”. Nel 1768 il navigatore britannico James Cook partì per il suo primo viaggio nel Pacifico a bordo dell’Endeavour. A James Cook era stato anche chiesto di scoprire il continente meridionale, o Terra Australis, che secondo gli scienziati doveva esistere per bilanciare la massa terrestre dell’emisfero settentrionale. Così, navigando in direzione sud-ovest da Tahiti, Cook scoprì la Nuova Zelanda, e impiegò sei mesi per disegnarne la mappa.

Proseguendo verso ovest, arrivò quindi alla costa sud-orientale dell’Australia, e nell’aprile del 1770 sbarcò a Botany Bay, così battezzata da lui e dal naturalista Joseph Banks, suo compagno di viaggio, a causa della flora insolita e affascinante presente sulle sue coste. Virando verso nord, Cook si tenne vicino alla costa per tracciarne con cura la mappa, ma finì nei bassi fondali della laguna che separa le barriere coralline della costa, dai 16 ai 160 km di distanza. Nonostante le precauzioni, la nave ben presto si incagliò e dovette essere tirata in secca. Nei due mesi che occorsero per ripararla, Cook ebbe tutto il tempo per studiare la meraviglia della barriera.

Dopo Cook, intere generazioni di esploratori, scienziati e turisti hanno studiato la barriera e le sue meraviglie. Essa si estende per più di 2.000 km, parallelamente alla linea costiera dell’Australia nord-orientale, seguendo i contorni della piattaforma continentale. Nonostante il suo nome, essa è composta da circa 3.000 singoli banchi e isolotti di corallo collegati l’uno all’altro, ognuno a un diverso stadio di sviluppo, e separati da stretti canali tortuosi. In alcuni punti, come al largo di capo Melville, a nord, la barriera corallina è una stretta striscia di corallo, mentre vicino a capo Manifold, a sud, misura 320 km di larghezza. Lungo la barriera si possono trovare gli Wonky hole, delle sorgenti sottomarine di acqua dolce.

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7 luglio 2018

Clare Island (Cliara in gaelico irlandese) è una suggestiva isola situata sull’ingresso della Clew Bay, nel Mayo, Irlanda. Celebre per essere stata il covo della regina pirata Grace O’Malley, oggi annovera 120 abitanti circa. Durante il Medio Evo, Clare Island faceva parte dei territori della famiglia O’Malley, come testimonia il castello vicino al porto, sulla costa orientale, denominato Grace O’Malley’s castle, in virtù della sua abitante più famosa. Importantissima anche l’abbazia delle carmelitane nella costa meridionale, fondata e costruita sempre dagli O’Malley, con all’interno rarissimi reperti medievali, specialmente il soffitto affrescato, e il luogo probabile di sepoltura di Grace O’Malley.

Nel 1588 una nave dell’Invincibile Armata si incagliò sulle coste dell’isola e il suo equipaggio fu massacrato dagli O’Malley.

Uno dei punti di maggiore interesse dell’isola è il faro (Clare Island Lighthouse), fatto costruire da John Denis Browne, 1º Marchese di Sligo, nel 1806. Il 29 settembre 1813 un incendio, causato da una poco attenta esposizione della lampada a petrolio, distrusse parte della torre e la lantera. La ricostruzione fu completata nel 1818, ma nel 1834 la torre fu colpita da un fulmine. La costruzione, di forma cilindrica, è alta 118 metri (387 piedi) e larga 11 (36 piedi). Dopo 159 anni di fedele servizio, non fu più adoperato grazie all’adozione di un faro più moderno sull’isolotto di Achillbeg, qualche metro a largo di Achill Island, avvenuta il 28 settembre 1965. Dal 1965 il faro di Clare Island è stato prima un bed-and-breakfast ed oggi una residenza privata.

Tra il 1909 e il 1911, il naturalista di Belfast Robert Lloyd Praeger passò del tempo sull’isola dando un’accurata descrizione del luogo, della fauna e della flora, senza precedenti per il tempo e modello per successive osservazioni di quel tipo. Clare Island è raggiunta quotidianamente da piccoli traghetti che partono da Roonagh Pier, vicino Louisburgh. Sull’isola è presente, accanto alle poche abitazioni, un hotel, un vecchio faro adibito a ristorante e una scuola elementare. Presenti mappe per trekker, scalatori ed esploratori in bicicletta.

Il vulcano Arenal (1.670 m s.l.m. – in spagnolo volcán Arenal) è uno stratovulcano andesitico nel nord-ovest della Costa Rica, a circa 90 km nord-est di San José, nella provincia di Alajuela. È il più attivo vulcano della Costa Rica e fa parte dell’Arco vulcanico dell’America centrale.
La sommità venne scalata per la prima volta nel 1937, quando il vulcano era ritenuto spento.

Il 29 luglio del 1968, dopo un forte terremoto il vulcano ha iniziato a eruttare dopo circa 400 anni di silenzio e da allora è sempre rimasto molto attivo. Le pendici del vulcano ospitano delle terme (sicure), delle bellissime varietà di fiori tropicali e piante uniche. L’acqua calda sulfurea fuoriesce in molteplici rivoli intorno alle pendici dell’intero vulcano, che è visitato dai turisti di tutto il mondo.

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Navagio Beach (Greek: Ναυάγιο, pronounced [naˈvaʝo]), or Shipwreck Beach, is an exposed cove, sometimes referred to as “Smugglers Cove”, on the coast of Zakynthos, in the Ionian Islands of Greece. Navagio Beach was originally known as Agios Georgios. On 2 October 1980, a freightliner, the MV Panagiotis, ran aground in the waters around Zakynthos Island on Navagio Beach during stormy weather and bad visibility. It has been rumored the ship was smuggling contraband such as cigarettes, wine and women.[1] The ship was abandoned and still rests buried in the limestone gravel of the beach that now bears the nickname Shipwreck. The location was prominently featured in the hit Korean drama Descendants of the Sun leading to a surge of interest among among Chinese and Korean tourists.

1 luglio 2018
26 giugno 2018
11 giugno 2018

Coba (Spanish: Cobá) is an ancient Mayan city on the Yucatán Peninsula, located in the Mexican state of Quintana Roo. The site is the nexus of the largest network of stone causeways of the ancient Mayan world, and it contains many engraved and sculpted stelae that document ceremonial life and important events of the Late Classic Period (AD 600–900) of Mesoamerican civilization. The adjacent modern village bearing the same name, reported a population of 1,278 inhabitants in the 2010 Mexican federal census.

The ruins of Coba lie 44 km (approx. 27 mi) northwest of Tulum, in the State of Quintana Roo, Mexico. The geographical coordinates of Coba Group (main entrance for tourist area of the archaeological site) are North 19° 29.6’ and West 87° 43.7’. The archaeological zone is reached by a two-kilometer branch from the asphalt road connecting Tulum with Nuevo Xcán (a community of Lázaro Cárdenas, another municipality of Quintana Roo) on the Valladolid to Cancún highway.

Coba is located around two lagoons, Lake Coba and Lake Macanxoc. A series of elevated stone and plaster roads radiate from the central site to various smaller sites near and far. These are known by the Maya term sacbe (plural sacbeob) or white road. Some of these causeways go east, and the longest runs over 100 kilometres (62 mi) westwards to the site of Yaxuna. The site contains a group of large temple pyramids known as the Nohoch Mul, the tallest of which, Ixmoja, is some 42 metres (138 ft) in height.[4] Ixmoja is among the tallest pyramids on the Yucatán peninsula, exceeded by Calakmul at 45 metres (148 ft).

Coba was estimated to have had some 50,000 inhabitants (and possibly significantly more) at its peak of civilization, and the built up area extends over some 80 km². The site was occupied by a sizable agricultural population by the 1st century. The bulk of Coba’s major construction seems to have been made in the middle and late Classic period, about 500 to 900 AD, with most of the dated hieroglyphic inscriptions from the 7th century (see Mesoamerican Long Count calendar). However, Coba remained an important site in the Post-Classic era and new temples were built and old ones kept in repair until at least the 14th century, possibly as late as the arrival of the Spanish.

The Mayan site of Coba was set up with multiple residential areas that consisted of around 15 houses in clusters. All clusters were connected by sacbeobs, or elevated walkways.

Six major linear features were found at the Coba site. The first feature that was often found at Coba was the platforms that were connecting the clusters to the sacbeobs. These were found at almost every single cluster of houses. Single or doubled faced features that were found around the majority of the household clusters. These were often linked to the platforms that led to the sacbeobs. A lot of features found tended to connect to something or lead to something but the other end was left open-ended. Coba has many features that are platforms or on platforms. The last major linear feature that was constantly found was sacbeob-like paths that were someway associated with natural resources of the area.

Sacbeob (Mayan plural of sacbe), or sacbes, were very common at the Coba site. They are raised pathways, usually stone paths at this site, that connected the clusters of residential areas to the main center of the site and the water sources.These paths were the connecting points to most things at the Coba site. They were the major feature discovered and preserved. Sacbeobs were the main reason why maps of Coba could be created. The sacbeobs were one of the ways they figured out how to excavate the site and transect the area. The sacbes were used to help determine the size of Coba.

Archaeological evidence indicates that Cobá was first settled between 50 BC and 100 AD. At that time, there was a town with buildings of wood and palm fronts and flat platforms. The only archaeological evidence of the time are fragments of pottery. After 100 AD, the area around Coba evidenced strong population growth, and with it an increase in its social and political status among Maya city states which would ultimately make Coba one of the biggest and most powerful city states in the northern Yucatán area. Between 201 and 601 AD, Coba must have dominated a vast area, including the north of the state of Quintana Roo and areas in the east of the state of Yucatán. This power resided in its control of large swaths of farmland, control over trading routes, and — critically for a Mayan city — control over ample water resources. Among the trading routes, Coba probably controlled ports like Xel Há.

Coba must have maintained close contacts with the large city states of Guatemala and the south of Campeche like Tikal, Dzibanche, or Calakmul. To maintain its influence, Coba must have established military alliances and arranged marriages among their elites. It is quite noteworthy that Coba shows traces of Teotihuacan architecture, like a platform in the Paintings group that was explored in 1999, which would attest of the existence of contacts with the central Mexican cultures and its powerful city of the early Classic epoch. Stelae uncovered at Coba are believed to depict that Coba had many female rulers.

After 600 AD, the emergence of powerful city states of the Puuc culture and the emergence of Chichén Itzá altered the political spectrum in the Yucatán peninsula and began eroding the dominance of Coba. Beginning around 900 or 1000 AD, Coba must have begun a lengthy power struggle with Chichén Itzá, with the latter dominating at the end as it gained control of key cities such as Yaxuná. After 1000 AD, Coba lost much of its political weight among city states, although it maintained some symbolic and religious importance. This allowed it to maintain or recover some status, which is evidenced by the new buildings dating to the time 1200-1500 AD, now built in the typical Eastern coastal style. However, power centers and trading routes had moved to the coast, forcing cities like Coba into a secondary status, although somewhat more successful than its more ephemeral enemy Chichén Itzá. Coba was abandoned at the time the Spanish conquered the peninsula around 1550.

The first mention of Coba in print is due to John Lloyd Stephens where he mentioned hearing reports of the site in 1842 from the cura (priest or vicar in Spanish) of Chemax, but it was so distant from any known modern road or village that he decided the difficulty in trying to get there was too daunting and returned to his principal target of exploring Tulum instead.[6] For much of the rest of the 19th century the area could not be visited by outsiders due to the Caste War of Yucatán, the notable exception was Juan Peón Contreras (also used the nom de plume Contreras Elizalde) who was then director of the Museum of Yucatán. He made the arduous journey in September 1882, and is now remembered for the four naive pen-and-ink sketches that he made at the ruins (prints made from them exist in the Peabody Museum and in the collection of Raúl Pavón Abreu in Campeche). Teoberto Maler paid Coba a short visit in 1893 and took at least one photograph, but unfortunately did not publish at the time and the site remained unknown to the archeological community.

Amateur explorer (and successful writer of popular books wherein he described his adventures and discoveries among Maya ruins) Dr. Thomas Gann was brought to the site by some local Maya hunters in February 1926. Gann published the first first-hand description of the ruins later the same year.[8] Dr. Gann gave a short description to the archeologists of the Carnegie Institution of Washington (CIW) project at Chichen Itza, he spoke of the large mounds he had sighted, but not visited for lack of time, lying to the northeast of the main group. It was to examine these that Alfred Kidder and went for a two-day inspection of the site in March. Two months later Thompson was again at Coba, forming with Jean Charlot the third CIW expedition. On this trip their guide, Carmen Chai, showed them the “Macanxoc Group”, a discovery that led to the departure of a fourth expedition, since Sylvanus Morley wanted Thompson to show him the new stelae. Eric Thompson made a number of return visits to the site through 1932, the same year he published a detailed description. In 1932 H. B. Roberts opened a number of trenches in Group B to collect sherds.

In 1948 two graduate students in archaeology, William and Michael Coe, visited Coba, intent on seeking the terminus of Sacbe 15. They were unaware, unfortunately, that E. Wyllys Andrews IV already reported it ten years prior. In an editor’s note following their report[12] Thompson blames himself as editor for failing to detect the repetition of prior work in their contribution, while excusing the young authors for ignorance of a paper published in a foreign journal. But the Coes reported the previously unknown Sacbes 18 and 19 and mapped the large mound at the terminus of Sacbe 17, which they named Pech Mul (they were unlucky again in failing to complete their circuit of its platform, or they might have discovered the sacbe leading out of it, no. 21).

The site remained little visited due to its remoteness until the first modern road was opened up to Coba in the early 1970s. As a major resort was planned for Cancún, it was realized that clearing and restoring some of the large site could make it an important tourist attraction. The Mexican National Institute of Anthropology & History (INAH) began some archeological excavations in 1972 directed by Carlos Navarrete, and consolidated a couple of buildings. Expectations of new discoveries were borne out when El Cono (Structure D-6) and Grupo Las Pinturas came to light, among other features. In the same year, much of Grupo Coba was cleared on the instructions of Raúl Pavón Abreu; not even its tall ramón trees were spared.

In 1975 a branch road from the asphalted highway being built from Tulum to Nuevo X-Can reached Coba (fortunately the road engineers heeded objections by archaeologists and abandoned their original plan of incorporating Sacbe 3 in the roadbed). A project camp was built in 1973, and in 1974 the Project Coba proper, under the auspices of the Regional Center of the Southeast of INAH was able to begin its operations. During the three-year existence of the project, portions of the site were cleared and structures excavated and consolidated, (the Castillo and the Pinturas Group by Peniche; the Iglesia by Benavides and Jaime Garduño; El Cono by Benavides and Fernando Robles); the sacbes were investigated by Folan and by Benavides, who added 26 to the list of 19 previously known; the ceramics from test pits and trenches were studied by Robles; and Jaime Garduño surveyed two transects of the site, one of 10 km north-south and another of 5 km east-west.

At the start of the 1980s another road to Coba was opened up and paved, and a regular bus service begun. Coba became a tourist destination shortly thereafter, with many visitors flocking to the site on day trips from Cancún and the Riviera Maya. Only a small portion of the site has been cleared from the jungle and restored by archaeologists. As of 2005 the resident population of Coba pueblo was 1,167. It grew to 1,278 by the 2010 census.

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Lombok è un’isola indonesiana che fa parte dell’arcipelago delle Piccole Isole della Sonda, anche chiamate Nusa Tenggara (isole sud-orientali). Lo stretto di Lombok la separa dall’isola di Bali a ovest, mentre lo stretto di Alas dall’isola di Sumbawa a est. A nord ovest della costa di Lombok c’è un arcipelago di 3 piccole isole, le Isole Gili.

Tulum (Spanish pronunciation: [tuˈlum], Yucatec: Tulu’um) is the site of a pre Columbian Mayan walled city serving as a major port for Coba, in the Mexican state of Quintana Roo.  The ruins are situated on 12-meter (39 ft) tall cliffs along the east coast of the Yucatán Peninsula on the Caribbean Sea in the state of Quintana Roo, Mexico. Tulum was one of the last cities built and inhabited by the Maya; it was at its height between the 13th and 15th centuries and managed to survive about 70 years after the Spanish began occupying Mexico. Old World diseases brought by the Spanish settlers appear to have resulted in very high fatalities, disrupting the society and eventually causing the city to be abandoned.[citation needed] One of the best-preserved coastal Maya sites, Tulum is today a popular site for tourists.

This Maya site may formerly have been known by the name Zama, meaning City of Dawn, because it faces the sunrise. Tulum stands on a bluff facing east toward the Caribbean Sea. Tulúm is also the Yucatan Mayan word for fence, wall or trench. The walls surrounding the site allowed the Tulum fort to be defended against invasions. Tulum had access to both land and sea trade routes, making it an important trade hub, especially for obsidian. From numerous depictions in murals and other works around the site, Tulum appears to have been an important site for the worship of the Diving or Descending god.

Tulum was first mentioned by Juan Díaz, a member of Juan de Grijalva’s Spanish expedition of 1518, the first Europeans to spot Tulum. The first detailed description of the ruins was published by John Lloyd Stephens and Frederick Catherwood in 1843 in the book Incidents of Travel in Yucatan. As they arrived from the sea, Stephens and Catherwood first saw a tall building that impressed them greatly, most likely the great Castillo of the site. They made accurate maps of the site’s walls, and Catherwood made sketches of the Castillo and several other buildings. Stephens and Catherwood also reported an early classic stele at the site, with an inscribed date of AD 564 (now in the British Museum’s collection). This has been interpreted as meaning that the stele was likely built elsewhere and brought to Tulum to be reused.

Work conducted at Tulum continued with that of Sylvanus Morley and George P. Howe, beginning in 1913. They worked to restore and open the public beaches. The work was continued by the Carnegie Institution from 1916 to 1922, Samuel Lothrop in 1924 who also mapped the site, Miguel Ángel Fernández in the late 1930s and early 1940s, William Sanders in 1956, and then later in the 1970s by Arthur G. Miller. Through these later investigations done by Sanders and Miller, it has been determined that Tulum was occupied during the late Postclassic period around AD 1200. The site continued to be occupied until contact with the Spanish was made in the early 16th century. By the end of the 16th century, the site was abandoned completely.

Tulum has architecture typical of Maya sites on the east coast of the Yucatán Peninsula. This architecture is recognized by a step running around the base of the building which sits on a low substructure. Doorways of this type are usually narrow with columns used as support if the building is big enough. As the walls flare out there are usually two sets of molding near the top. The room usually contains one or two small windows with an altar at the back wall, roofed by either a beam-and-rubble ceiling or being vaulted. This type of architecture resembles what can be found in the nearby Chichen Itza, just on a much smaller scale.

Tulum was protected on one side by steep sea cliffs and on the landward side by a wall that averaged about 3–5 meters (9.8–16.4 ft) in height. The wall also was about 8 m (26 ft) thick and 400 m (1,300 ft) long on the side parallel to the sea. The part of the wall that ran the width of the site was slightly shorter and only about 170 meters (560 ft) on both sides. Constructing this massive wall would have taken an enormous amount of energy and time, which shows how important defense was to the Maya when they chose this site. On the southwest and northwest corners there are small structures that have been identified as watch towers, showing again how well defended the city was. There are five narrow gateways in the wall with two each on the north and south sides and one on the west. Near the northern side of the wall a small cenote provided the city with fresh water. It is this impressive wall that makes Tulum one of the most well-known fortified sites of the Maya.

There are three major structures of interest at the Tulum site. El Castillo, the Temple of the Frescoes, and the Temple of the Descending God are the three most famous buildings. Among the more spectacular buildings here is the Temple of the Frescoes that included a lower gallery and a smaller second story gallery. The Temple of the Frescoes was used as an observatory for tracking the movements of the sun. Niched figurines of the Maya “diving god” or Venus deity decorate the facade of the temple. This “diving god” is also depicted in the Temple of the Diving God in the central precinct of the site. Above the entrance in the western wall a stucco figure of the “diving god” is still preserved, giving the temple its name. A mural can still be seen on the eastern wall that resembles that of a style that originated in highland Mexico, called the Mixteca-Puebla style, though visitors are no longer permitted to enter.

Also in the central precinct is the Castillo, which is 7.5 m (25 ft) tall. The Castillo was built on a previous building that was colonnaded and had a beam and mortar roof. The lintels in the upper rooms have serpent motifs carved into them. The construction of the Castillo appears to have taken place in stages. A small shrine appears to have been used as a beacon for incoming canoes. This shrine marks a break in the barrier reef that is opposite the site. Here there is a cove and landing beach in a break in the sea cliffs that would have been perfect for trading canoes coming in. This characteristic of the site may be one of the reasons the Maya founded the city of Tulum exactly here, as Tulum later became a prominent trading port during the late Postclassic.

Both coastal and land routes converged at Tulum. A number of artifacts found in or near the site show contacts with areas all over Central Mexico and Central America. Copper artifacts from the Mexican highlands have been found near the site, as have flint artifacts, ceramics, incense burners, and gold objects from all over the Yucatán. Salt and textiles were among some of the goods brought by traders to Tulum by sea that would be dispersed inland. Typical exported goods included feathers and copper objects that came from inland sources. These goods could be transported by sea to rivers such as the Río Motagua and the Río Usumacincta/Pasión system, which could be traveled inland, giving seafaring canoes access to both the highlands and the lowlands.

The Río Motagua starts from the highlands of Guatemala and empties into the Caribbean. The Río Pasión/Ucamacincta river system also originates in the Guatemalan highlands and empties into the Gulf of Mexico. It may have been one of these seafaring canoes that Christopher Columbus first encountered off the shores of the Bay Islands of Honduras. Jade and obsidian appear to be some of the more valuable found here. The obsidian would have been brought from Ixtepeque in northern Guatemala, which was nearly 700 kilometers (430 mi) away from Tulum. This huge distance, coupled with the density of obsidian found at the site, show that Tulum was a major center for the trading of obsidian.

Tulum archaeological site is relatively compact compared with many other Maya sites in the vicinity, and is one of the best-preserved coastal Maya sites. Its proximity to the modern tourism developments along the Mexican Caribbean coastline and its short distance from Cancún and the surrounding “Riviera Maya” has made it a popular Maya tourist site in the Yucatan. Daily tour buses bring a constant stream of visitors to the site. The Tulum ruins are the third most-visited archaeological site in Mexico, after Teotihuacan and Chichen Itza, receiving over 2.2 million visitors in 2017. A large number of cenotes are located in the Tulum area such as Maya Blue, Naharon, Temple of Doom, Tortuga, Vacaha, Grand Cenote, Abejas, Nohoch Kiin and Carwash cenotes and cave systems. The tourist destination is now divided into four main areas: the archaeological site, the pueblo (or town), the zona hotelera (or hotel zone) and the biosphere reserve of Sian Ka’an. In 1995, tourism came to a brief halt as the powerful Hurricane Roxanne pounded into Tulum, packing 115 mph winds. Damage was moderate. Considered a tropical savanna climate typically with a pronounced dry season. The Köppen Climate Classification subtype for this climate is Aw (Tropical Savanna Climate).

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6 giugno 2018
2 giugno 2018

23 maggio 2018
20 maggio 2018

Russell Island (nome aborigeno: Canaipa) è la maggiore delle Southern Moreton Bay Islands, si trova a sud della baia di Moreton e a sud-est di Brisbane, lungo la costa meridionale del Queensland, in Australia. Appartiene alla Local government area della Città di Redland. Gli abitanti dell’isola, al censimento del 2011, erano 2473. Russell Island è situata a ovest di North Stradbroke Island da cui è divisa dal Canaipa Passage. A nord il Krummel Passage la divide da Karragarra Island (la minore delle Southern Moreton Bay Islands). Le isole dell’area erano tradizionalmente del popolo Quandamooka. Il nome aborigeno dell’isola è Canaipa. È stata denominata Russell Island nel 1840 in onore di Lord John Russell, che era il Segretario di Stato britannico per le colonie. Nel 2015 è stato proposto al governo del Queensland di ripristinare per l’isola il nome originario di Canaipa. I primi coloni europei arrivarono sull’isola nel 1866.

 


 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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30 aprile 2018

La Nuova Caledonia (in francese: Nouvelle-Calédonie, in kanak: Kanaky) è una collettività francese d’oltremare, situata nell’Oceano Pacifico sudoccidentale vicino all’Australia. Il suo capoluogo è Numea. I suoi abitanti vengono chiamati Neocaledoni.
Contesa fra Gran Bretagna e Francia durante la prima metà del XIX secolo, l’isola, nel 1853 divenne possedimento francese. A partire dal 1864, servì da colonia penale per quarant’anni. Della Nuova Caledonia fanno parte anche le Isole della Lealtà (Marè, Lifou, Ouvea, Tiga, Mouli e Faiava) e l’Isola dei Pini. La vita politica è complicata dal fatto che la popolazione indigena Melanesiana, la comunità Kanak, è ora una minoranza (44%) a causa del declino della popolazione e dell’immigrazione avvenuta sotto il dominio francese. Il resto della popolazione è composto dai discendenti dei deportati francesi, conosciuti come caldoches, e da una piccola minoranza est-asiatica. La rivendicazione dell’indipendenza da parte del Front de Liberation Nationale Kanak Socialiste (FLNKS) inizia nel 1985. Il Fronte, guidato da Jean Marie Tjibaou, assassinato nel 1989, chiedeva la creazione di uno Stato, chiamato Kanaky. L’agitazione portò a una crescita dell’autonomia con gli Accordi di Matignon del 1988 e l’Accordo di Numea del 1998. Il 4 novembre 2018 si terrà il referendum per l’indipendenza dalla Francia. È situata a circa 1.500 km a est della costa australiana, nella zona sud-occidentale dell’Oceano Pacifico.

Nel 2010 si stima che la popolazione abbia raggiunto i 253.743 abitanti. Buona parte di essi abita nel capoluogo Numea. I principali gruppi etnici sono due: quello melanesiano, 45,1% della popolazione, e quello europeo, i cosiddetti Caldoche, 34,1%. Esistono altre minoranze tra cui quella polinesiana, 11,6% e quella indonesiana, 2,5%. La popolazione è a maggioranza cristiana, il 54% della popolazione è cattolica, il 14% protestante e il 2,1% di altre confessioni cristiane. La restante parte della popolazione è legata ad altre religioni, 27%, e all’Islam, 2,7%. La lingua ufficiale della collettività è il francese. Insieme a quest’ultimo vengono tutelate altre lingue a livello regionale, che sono: Le varie lingue dei kanak, popolo melanesiano afferente all’area austronesiana, che vengono divise in quattro gruppi: lingue settentrionali (nyelâyu, kumak, caac, yuaga, jawe, nemi, fwâi, pije, pwaamèi, pwapwâ, dialetti della regione Voh-Koné), lingue centrali (cèmuhî, paicî, ajië, arhâ, arhö, orowe, neku, sîchë, tîrî, xârâcùù, xârâgùrè), lingue meridionali (nââ drubéa, nââ numèè) e lingue delle Isole della Lealtà (nengone, drehu, iaai).
Il faga uvea , o uveano occidentale, unica lingua neocaledone appartenente alla famiglia polinesiana, parlata sull’isola di Ouvéa. Il nome uveano occidentale nasce in contrapposizione all’uveano orientale parlato sull’isola di Wallis, chiamata in lingua nativa Uvea.
Il corso, un idioma appartenente all’area italo-romanza della famiglia delle lingue indoeuropee, parlato principalmente nel comune di Farino dai discendenti dei coloni provenienti dal comune di Farinole, in Corsica.

L’attività economica di più importante è l’estrazione e la lavorazione del nichel, che lo ha reso in pochi decenni lo stato più ricco dell’Oceania e una delle maggiori potenze economiche estrattive al mondo. Nel 2010, sono state estratte 138.000 tonnellate di questo metallo. Nel 2009, nel Paese si sono contati 99.000 ingressi e un totale di 141 milioni di dollari di entrate grazie al turismo, altra voce economica rilevante. Per quanto riguarda il settore primario, nello stesso anno sono state coltivate 2.600 tonnellate di mais e 16.500 di noci di cocco; inoltre sono stati contati 90.000 bovini, 37.000 suini, 12.000 equini e 600.000 volatili. Infine, sono stati ricavati 16.618 metri cubi di legname e 5.742 tonnellate di pesce. La rete stradale si estende per 4.926 km. Nel capoluogo, oltre al porto più importante dell’isola, si trova un aeroporto. Circa 3 persone su 10 hanno accesso ad internet. L’arte principale è la scultura, utilizzata come ornamento per le capanne a tetto conico. Per questo tipo di capanne si ergono pilastri antropomorfi alti anche un metro e mezzo con un tetto impreziosito da figure di antenati o decorazioni astratte. Numeroso e variegato è il numero di maschere, esibite durante le feste. Peculiari sono le piccole “teste-moneta” decoranti gli scettri da cerimonia.

Gli Stati Federati di Micronesia sono uno stato insulare (702 km², 135.869 abitanti al 2000, capitale Palikir) dell’Oceania. Sono situati nella parte centrale e orientale delle Isole Caroline, fra le Isole Marianne a nord, le Isole Marshall e Kiribati a est, Papua Nuova Guinea, Isole Salomone e Nauru a sud e Palau a ovest. Gli Stati che formano la federazione sono, da ovest a est, Yap, Chuuk, Pohnpei e Kosrae. La lingua ufficiale è l’inglese. Le lingue locali sono usate dai singoli Stati della nazione.Le prime popolazioni ad abitare le isole vennero presumibilmente dall’Insulindia 4.000 anni fa approdando prima sull’isola Yap, e poi colonizzando le altre. La prima forma di governo fu il regno della dinastia Saudeleur. Questa dinastia dominò dal 500 al 1450 a Pohnpei, realizzando la città megalitica e anfibia di Nan Madol.

I primi colonizzatori occidentali a visitare le isole furono i Portoghesi prima, e poi gli Spagnoli nel XVI secolo, quando vi imposero la propria sovranità inglobandole nelle Indie orientali spagnole. Vendute ai tedeschi nel 1899, entrarono a far parte dell’Impero coloniale tedesco. Nel 1914 passarono all’Impero giapponese che ne mantenne il controllo fino alla Seconda guerra mondiale, quando vennero liberate dagli Stati Uniti d’America. Nella laguna di Chuuk, a seguito dell’Operazione Hailstone, avvenne una delle più importanti battaglie navali della Guerra del Pacifico, in cui vennero distrutti numerosissimi aerei e navi nipponiche. Gli U.S.A. le amministrarono con mandato delle Nazioni Unite dal 1947 come parte del Territorio fiduciario delle Isole del Pacifico. Il 10 marzo 1979, quattro dei distretti del Territorio fiduciario ratificarono una Costituzione che portò alla nascita degli Stati Federati di Micronesia. Palau, le Isole Marshall, e le Isole Marianne Settentrionali scelsero di non aderire. Il 3 novembre 1986, gli FSM firmarono un patto di libera associazione con gli U.S.A. rinnovato nel 2004.

La nazione deve il suo nome al fatto di essere una federazione, cioè composta da più stati associati tra loro, e dalla regione geografica in cui si trova: la Micronesia. Questa regione fu così chiamata dal francese Jules Dumont d’Urville intorno al 1830 in quanto composta da migliaia di piccole isole. La parola micronesia deriva dal greco antico μικρος (piccolo) e νησος (isola). Gli FSM sono situati nella Micronesia, una regione dell’Oceania, e sono composti da 607 isole sparse da est a ovest per circa 2.900 chilometri su una superficie oceanica di oltre due milioni e mezzo di chilometri quadrati. La maggioranza sono atolli e solo alcune isole sono di origine vulcanica. Le numerosissime isolette degli atolli hanno piccole dimensioni e una assenza di rilievi montuosi, tranne per alcune delle isole Chuuk. Le poche isole non appartenenti ad atolli hanno le cime montuose più alte della nazione. L’isola Kosrae ha i monti Matanti (593 m s.l.m.) e Finkol (634 m s.l.m.), Yap il monte Tabiwol (178 m) e Pohnpei il monte Totolom (791 m).
Vista la morfologia dello Stato, i fiumi (presenti esclusivamente su Pohnpei e su Kosrae) hanno piccole dimensioni e sono pochissimi. Su Kosrae i tre piccoli corsi d’acqua hanno formato le cascate Sipyen, Cascade e Saolong. Su Pohnpei scorre il torrente Nanpil caratterizzato dalla cascata Liduduhniap Twin ed altri 41 piccoli corsi d’acqua. Il clima è tropicale, caratterizzato da precipitazioni notevoli per tutto l’arco dell’anno, specialmente sulle isole orientali. Il paese è spesso colpito da potenti tifoni, in particolare da giugno a dicembre.

29 aprile 2018

Le isole Trèmiti (o Diomedèe, dal greco Diomèdee, Διομήδεες) sono un arcipelago del mare Adriatico, a 22 km a nord del promontorio del Gargano e 45 km a est da Termoli (costa molisana). Amministrativamente, l’arcipelago costituisce il comune sparso di Isole Tremiti di 520 abitanti della provincia di Foggia in Puglia. Il capoluogo è San Nicola, sull’omonima isola. Il comune fa parte del Parco Nazionale del Gargano. Dal 1989 una porzione del suo territorio costituisce la Riserva naturale marina Isole Tremiti. Pur essendo il più piccolo e il secondo meno popoloso comune della Puglia (con meno abitanti c’è solo Celle di San Vito), è uno dei centri turistici più importanti dell’intera regione. Per la qualità delle sue acque di balneazione è stato più volte insignito della Bandiera Blu, prestigioso riconoscimento della Foundation for Environmental Education. L’arcipelago è composto dalle isole di: San Nicola, sede comunale, dove si trovano i principali monumenti dell’arcipelago. La superficie è di 45,6826 ettari. San Domino, la più grande e la più abitata, sulla quale sono insediate le principali strutture turistiche grazie alla presenza dell’unica spiaggia sabbiosa dell’arcipelago (Cala delle Arene). La superficie è 2,0745 km².
Capraia (detta anche Caprara o Capperaia), la seconda per grandezza, disabitata. La superficie è 48,6970 ettari.
Pianosa, un pianoro roccioso anch’esso completamente disabitato e distante una ventina di chilometri dalle altre isole. La superficie è 12,4902 ettari. Il Cretaccio, un grande scoglio argilloso a breve distanza da San Domino e San Nicola. La superficie è 3,4841 ettari.
La Vecchia, uno scoglio più piccolo del Cretaccio e prossimo a questo.
La superficie totale dell’arcipelago che corrisponde alla superficie del Comune Isole Tremiti è di 3,1780 km².

Le isole Tremiti, da un punto di vista generale, presentano marcatamente un clima mediterraneo, e nel dettaglio caratterizzato dai seguenti aspetti climatologici: Temperatura – andamento annuale riconducibile ad inverni miti ed estati calde. Mancanza di un prolungato e marcato periodo di aridità estiva.
Piovosità – quasi esclusivamente concentrata nel periodo autunno-invernale, risulta limitata (~476 mm medi annuali).
Ventosità – il regime anemologico è dominato dai venti provenienti dal 2° (Levante, Scirocco, ecc.) e dal 4° quadrante (Ponente, Tramontana, Maestrale, ecc.).
Stato del mare – soprattutto favorevoli nel periodo estivo mentre mareggiate e burrasche sono più frequenti nel periodo autunno-invernale.
Dal punto di vista legislativo le isole Tremiti ricadono nella fascia climatica C in quanto i Gradi giorno sono 953.
Abitate già in antichità (IV-III secolo a.C.), le isole per secoli furono soprattutto un luogo di confino. In epoca romana le isole erano note con nome Trimerus che deriverebbe dal greco trimeros, τρίμερος ossia “tre posti” o “tre isole”. L’imperatore Augusto vi relegò la nipote Giulia che vi morì dopo vent’anni di soggiorno forzato. Nel 780 Carlo Magno vi esiliò Paolo Diacono che, però, riuscì a fuggire. La storia dell’arcipelago non è però solo legata agli esiliati, più o meno illustri, che qui furono confinati, ma soprattutto alle vicende storiche, politiche ed economiche dell’abbazia di Santa Maria a Mare (definita da Émile Bertaux la Montecassino in mezzo al mare). Secondo il Chartularium Tremitense il primo centro religioso fu edificato nel territorio delle isole adriatiche nel IX secolo ad opera dei benedettini come dipendenza diretta dell’abbazia di Montecassino. Certo è che nell’XI secolo il complesso abbaziale raggiunse il massimo splendore, aumentando a dismisura possedimenti e ricchezze, cosa che portò alla riedificazione da parte dell’abate Alderico della chiesa con consacrazione nel 1045 effettuata dal vescovo di Dragonara. La magnificenza di questo periodo è testimoniata dalla presenza tra le mura del monastero di ospiti illustri, tra i quali Federico di Lorena (divenuto poi papa Stefano IX) e Dauferio Epifani (successivamente papa Vittore III). Con la bolla di Alessandro IV del 22 aprile 1256 venne confermata la consistenza dei beni posseduti dalla comunità monastica. L’intero complesso rimase un possedimento dell’abbazia di Montecassino per circa un secolo, nonostante le pressanti richieste di autonomia e le proteste dei religiosi tremitesi. Nel XIII secolo, oramai svincolata dal monastero cassinese, aveva possedimenti in terraferma dal Biferno fino alla città di Trani. Secondo le cronache dell’epoca le tensioni mai sopite con il monastero laziale e i frequenti contatti con i dalmati, invisi alla Santa Sede, portarono i monaci del complesso a una decadenza morale che spinse nel 1237 il cardinale Raniero da Viterbo ad incaricare l’allora vescovo di Termoli di sostituire alla guida dell’abbazia l’ordine di San Benedetto con i Cistercensi.

In seguito, Carlo I d’Angiò munì il complesso abbaziale di opere di fortificazione. Nel 1334 l’abbazia fu depredata dal corsaro dalmata Almogavaro e dalla sua flotta, proveniente dalla città dalmata di Almissa, i quali trucidarono i monaci mettendo fine alla presenza cistercense nell’arcipelago. Nel 1412, in seguito a pressioni e lettere apostoliche, e su diretto ordine di papa Gregorio XII, dopo il rifiuto di diversi ordini religiosi, una piccola comunità di canonici regolari, proveniente dalla canonica di Santa Maria di Frigionaia in Lucca e guidata da Leone da Carrara si trasferì sull’isola per ripopolare l’antico centro religioso. I Lateranensi restaurarono il complesso abbaziale, ampliandone inoltre le costruzioni, soprattutto con la realizzazione di numerose cisterne ancora oggi funzionanti ed estesero i possedimenti dell’abbazia sul Gargano, in Terra di Bari, Molise e Abruzzo. Nel 1567 l’abbazia-fortezza di San Nicola riuscì a resistere agli attacchi della flotta di Solimano il Magnifico. L’abbazia fu soppressa nel 1783 da re Ferdinando IV di Napoli che nello stesso anno istituì sull’arcipelago una colonia penale. Nel periodo napoleonico l’arcipelago fu occupato dai murattiani che si trincerarono all’interno della fortezza di San Nicola resistendo validamente agli assalti di una flotta inglese (anno 1809). Di questi attacchi sono visibili ancora oggi i buchi delle palle di cannone inglesi sulla facciata dell’abbazia. In seguito a tale evento, Murat concesse la grazia ai deportati che avevano collaborato alla resistenza contro gli inglesi. Fu così che ebbe fine la prima colonizzazione delle Tremiti, effettuata mediante l’insediamento di colonie penali.

Nel 1843 re Ferdinando II delle Due Sicilie con l’intento di ripopolare le isole vi fece insediare molti pescatori provenienti da Ischia che poterono così sfruttare proficuamente la pescosità di quell’area marittima e da famiglie del regno dando luogo così a una seconda colonizzazione delle Tremiti. Campo concentramento delle isole Tremiti, prigionieri arabi
Nel 1911 furono confinati alle Tremiti circa milletrecento libici che si opponevano all’occupazione coloniale italiana. A distanza di un anno circa, un terzo di questi erano morti di tifo esantematico. In epoca fascista l’arcipelago continuò a essere luogo di confino, ospitando tra l’altro anche il futuro Presidente della repubblica, Sandro Pertini e Amerigo Dumini. L’autonomia comunale risale al 1932. Nel 1987 Mu’ammar Gheddafi, in virtù delle deportazioni di cittadini libici effettuate soprattutto dal governo Giolitti a partire dal 1911, dichiarò che l’arcipelago era parte della Libia. Tali pretese territoriali seguivano la tensione diplomatica che sussisteva con l’Italia. Nella notte fra il 7 e l’8 novembre 1987 due cittadini svizzeri, Jean Nater e Samuel Wampfler, misero una bomba sul faro di San Domino. Il primo rimase ucciso nell’attentato, il secondo fu catturato e condannato. Sulle prime si pensò a un attentato libico, ma successive indagini chiarirono che i due attentatori, agenti segreti prezzolati, collaboravano con i servizi francesi, nazione con la quale l’Italia aveva all’epoca una controversia diplomatica. Il 28 ottobre 2008 una trentina di abitanti delle isole si sottoposero, volontariamente, all’esame del DNA allo scopo di stabilire se nel loro sangue vi fosse traccia di quei deportati libici del 1911. Il risultato fu negativo.

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22 aprile 2018

Blue Pond (青い池 Aoi-ike) is a man-made pond feature in Biei, Hokkaido, Japan. It is the result of works on the Biei River (美瑛川), carried out after the 1988 eruption of Mount Tokachi, to protect the town of Biei from volcanic mudflows. The colour is thought to result from the accidental presence of colloidal aluminium hydroxide in the water. Damage caused by Typhoon Mindulle in August 2016 resulted in a temporary drop in the water level and in the colour briefly turning brown with mud and sand from the Biei River.

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La Scala dei Turchi è una parete rocciosa (falesia) che si erge a picco sul mare lungo la costa di Realmonte, in provincia di Agrigento. È diventata nel tempo un’attrazione turistica sia per la singolarità della scogliera, di colore bianco e dalle peculiari forme, sia a seguito della popolarità acquisita dai romanzi con protagonista il commissario Montalbano scritti dallo scrittore empedoclino Andrea Camilleri, in cui tali luoghi vengono citati paese del commissario, da inquadrare con Porto Empedocle.

La Scala è costituita di marna, una roccia sedimentaria di natura calcarea e argillosa, con un caratteristico colore bianco puro. Tale scogliera dal singolare aspetto si erge tra due spiagge di sabbia fine, per accedervi bisogna procedere lungo il litorale e inerpicarsi in una salita somigliante a una grande scalinata naturale di pietra calcarea. Una volta raggiunta la sommità della scogliera, il paesaggio visibile abbraccia la costa agrigentina fino a Capo Rossello. La Scala dei Turchi presenta una forma ondulata e irregolare, con linee non aspre bensì dolci e rotondeggianti. Il nome le viene dalle passate incursioni di pirateria da parte dei saraceni, genti arabe e, per convenzione, turche; i pirati turchi, infatti, trovavano riparo in questa zona meno battuta dai venti e rappresentante un più sicuro approdo.

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Honolulu (pronuncia italiana /onoˈlulu/[1]; in inglese [ˌhɑnəˈlulu], in hawaiano [honoˈlulu]) è la capitale e città più popolosa delle Hawaii, 50º Stato degli Stati Uniti d’America, e si trova sulla costa sud-orientale dell’isola di Oahu, la quale appartiene interamente al distretto chiamato “città e contea di Honolulu” (City and County of Honolulu). La città di Honolulu si estende su un’area di 177,2 km² e ha una popolazione di 402.500 abitanti, un terzo della popolazione dell’intero distretto, che è invece pari a 1.193.744. Honolulu è formalmente un census-designated place. Il nome Honolulu significa “baia (Hono o Hana) riparata”, ed è il nome di un villaggio presso uno dei pochi porti naturali delle isole Hawaiane. La popolazione prima del contatto moderno non utilizzava porti, dato che le canoe si arenavano semplicemente sulle spiagge, ma dopo il contatto le Hawaii furono utilizzate dall’industria della pesca con il sandolo e con la baleniera, cui conveniva ancorarsi in porti sicuri, fra cui Honolulu. Il porto naturale è dovuto alla mancanza di coralli alla foce del fiume Nu’uanu, ma è stato ampiamente ristrutturato negli anni.

Statua del Re Kamehameha I di fronte all’Aliiolani Hale (Honolulu)
Nel 1804 il re delle isole Hawaiiane, Kamehameha (1758-1819), iniziatore dell’omonima dinastia, portò la capitale a Waikiki (oggi parte di Honolulu), e nel 1809 a Honolulu. La dinastia terminò nel 1895, insieme al regno delle Hawaii, quando l’ultima sovrana Liliuokalani dovette lasciare il trono per la costituzione della Repubblica delle Hawaii, annessa agli Stati Uniti tre anni dopo. Durante la seconda guerra mondiale, il 7 dicembre 1941, nell’omonimo porto militare ebbe luogo l’Attacco di Pearl Harbor, per effetto del quale il Giappone e gli Stati Uniti entrarono in guerra fra loro e contro i rispettivi alleati. Oggi Honolulu è una destinazione turistica, capace nel 2007 di attrarre 7,6 milioni di visitatori, il 62,3% dei quali giunti in aereo e atterrati allo Honolulu International Airport, che ha due piste direttamente sulla barriera corallina.

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24 marzo 2018
23 marzo 2018

Udo-jingū (鵜 戸 神宮) è un santuario shintoista a Nichinan, nella prefettura di Miyazaki, in Giappone, a sud di Aoshima. Luogo di nascita del padre dell’imperatore Jimmu, Ugayafukiaezu. Secondo le leggende dei santuari, è il luogo in cui la dea del mare Toyotamahime, la madre di Ugayafukiaezu, costruì una capanna dalle piume di un cormorano. Altri dei sono venerati qui come Yamasachihiko (alias Hohodemi alias Hoori, il nonno di Jinmu), Amaterasu, Amenooshihomimi, Ninigi-no-Mikoto e l’imperatore Jimmu.

Mentre il mito originale include un tragico divorzio dei genitori di Ugayafukiaezu, il santuario è popolare tra le giovani coppie che sperano in un parto facile e in un matrimonio felice. Il santuario Udo si trova in una caverna sul fianco della scogliera, vicino alla costa di Miyazaki, in Nicaragua. L’honden, o santuario principale, si trova in una caverna con vista sull’oceano. Nella grotta c’è l’ochichi iwa, o “pietra del seno”, una pietra gocciolante che si dice abbia nutrito il kami Ugayafukiaezu, padre del primo imperatore del Giappone, quando sua madre è tornata in mare.  Al santuario vendono una caramella ricavata dall’acqua di questa pietra, mizuame, una specie di taffy. Nella piccola distanza della caverna c’è un’isola rocciosa con due picchi. I visitatori possono acquistare piccole palline di argilla e tentare di lanciarle tra le cime per avere fortuna

19 marzo 2018

Le isole Cayman sono un arcipelago composto da tre isole situate nel Mar dei Caraibi a sud di Cuba e a nord-ovest della Giamaica. Le tre isole sono: Grand Cayman, Little Cayman e Cayman Brac. Il capoluogo è George Town.

Le Isole Cayman sono contemplate nella lista delle Nazioni Unite dei territori non autonomi. Furono scoperte da Cristoforo Colombo nel 1503, successivamente furono un luogo frequentato da pirati fino al 1670 quando passarono sotto la dominazione inglese.

Le isole Cayman sono considerate un paradiso fiscale, infatti nelle isole vige l’esenzione dalle imposte, si dice concessa fin dai tempi di re Giorgio III del Regno Unito (fine Settecento). La Mutual Funds Law del 2003 costruisce nell’arcipelago un mercato deregolamentato per i fondi comuni di investimento. L’esenzione fiscale dalle imposte vale solo se i redditi non vengono fatti rientrare nel proprio paese di residenza, nel qual caso verrebbero tassati in base alle leggi vigenti.

Il sistema fiscale italiano, col Decreto Ministeriale del 4 maggio 1999, ha inserito le isole Cayman tra gli Stati o Territori aventi un regime fiscale privilegiato, nella cosiddetta Lista nera, ponendo quindi limitazioni fiscali ai rapporti economico-commerciali che si intrattengono tra le aziende italiane ed i soggetti ubicati in tale territorio.

L’economia si basa anche sul turismo; famosa è la Seven Mile Beach, una spiaggia lunga 7 miglia di sabbia bianca finissima, nei pressi di George Town sull’isola di Grand Cayman.

Particolarità del luogo sono gli allevamenti di tartarughe. Grand Cayman è famosa anche per Stingray City, un allevamento di razze del sud.

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18 marzo 2018

Gli antichi resoconti di viaggio diventeranno preziosi come le più grandi opere d’arte; perché sacra era la terra sconosciuta, e non può mai più esserlo.  e_canetti

 

Tottori (鳥取市 Tottori-shi) is the capital city of Tottori Prefecture in the Chūgoku region of Japan. As of June 1, 2016, the city has an estimated population of 192,912 and a population density of 250 persons per km2. The total area is 765.31 km2. Within Japan the city is best known for its sand dunes which are a popular tourist attraction, drawing visitors from outside the prefecture. The sand dunes are also important as a centre for research into arid agriculture, hosting Tottori University’s Arid Land Research Center. Most of Tottori is located in the western part of the San’in Kaigan Geopark.
The city’s main street (Wakasa, or “young cherry blossom” street) runs north from the station and terminates at the foot of the Kyushouzan (“eternal pine”) mountain. Around this mountain lies the oldest part of the city. Its centre is the now ruined Tottori Castle, once the property of the Ikeda clan daimyō who ruled the Tottori Domain during the Edo period. It is open to the public, and is the site of the Castle Festival in autumn each year. In the vicinity are temples, museums, and public parks. The city also hosts the prefecturally famous Shan-shan festival in the summer, which features teams of people dressing up and dancing with large umbrellas; the name ‘Shan-shan’ is said to come from the sound made by the small bells and pieces of metal attached to the umbrellas, which are very large. An exceptionally big example of a Shan-shan umbrella graces the main foyer of Tottori Station.

At the beginning of every summer, Tottori is host to one of the biggest beach parties in the country, the San In Beach Party. The event lasts an entire weekend and some top names on the national DJ circuit are invited to perform.
Tottori was incorporated as a city on October 1, 1889. Most of the downtown area was destroyed by the Tottori earthquake of September 10, 1943, which killed over 1000 people.

The organization AFS (AFS Intercultural Programs) for exchange students is relatively developed in Tottori. Exchange students who come to Tottori can experience countryside life and enjoy traditional Japanese customs through the many events organized by the Tottori AFS.
Redistricting (“gappei”) of the city’s borders in November 2004 increased its size to include a number of surrounding areas. On November 1, 2004, the town of Kokufu, the village of Fukube (both from Iwami District), the towns of Aoya, Ketaka and Shikano (all from Ketaka District), the towns of Kawahara and Mochigase and the village of Saji (all from Yazu District) were merged into Tottori. Ketaka District was dissolved as a result of this merger

 

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Tutto ciò che avete da fare è tenervi il vento alle spalle.  j_conrad

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silenzio e dolcezza a Tottori
e poco lontano, il museo di Shoji Ueda, ci sono ritornato ci ritornerò con quell’unico vecchio taxista, che dalla stazione mi porta su in salita al museo di Ueda, una buona architettura un luogo dove la luce sa bene dove andare a posarsi

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13 marzo 2018

Il Philadelphia Museum of Art si trova ad ovest della Benjamin Franklin Parkway a Filadelfia. Fu fondato nel 1876 in occasione dell’Esposizione universale che celebrava il primo centenario della Dichiarazione di indipendenza degli Stati Uniti d’America e venne inaugurato il 10 maggio 1877.
Ogni anno il museo organizza dalle 15 alle 20 mostre ed ospita un flusso di visitatori di circa 800.000 persone. Tra le mostre più rilevanti allestite in questi ultimi tempi, sono da annoverare quella dedicata a Paul Cézanne nel 1996 e quella dedicata a Salvador Dalí nel 2005.

Il museo è situato nella parte terminale destra della Benjamin Franklin Parkway, un’importante arteria stradale cittadina, nei pressi di Fairmount Park. Chiamato originariamente Pennsylvania Museum and School of Industrial Art, la sua fondazione venne ispirata da quella del britannico Victoria and Albert Museum di Londra, anch’ esso nato in occasione di un’Esposizione universale. Poiché la primitiva sede del museo era troppo distante dal centro cittadino, venne deciso di spostarne i locali in una nuova costruzione i cui lavori vennero iniziati nel 1919 quando il sindaco repubblicano Thomas B. Smith pose la prima pietra durante una cerimonia inaugurale di orientamento massonico.

Il disegno della costruzione, di ispirazione neo-greca, fu opera dell’architetto statunitense Horace Trumbauer. La facciata del palazzo è interamente in dolomite estratta nelle miniere del Minnesota ed un frontone venne scolpito dallo scultore di origini tedesche Carl Paul Jennewein.

Alla storia di questo museo è fortemente legata la figura del celebre collezionista e filantropo americano Henry Plumer McIlhenny, il quale fu prima curatore dal 1939 al 1964 dell’ente, per poi diventarne direttore a partire dal 1976 fino all’anno della sua morte, nel 1986, quando donò gran parte della sua collezione personale a questa istituzione.

Il Philadelphia Museum of Art è uno dei più grandi ed importanti musei degli Stati Uniti e conserva nei suoi ambienti ben 225.000 opere d’arte dislocate in circa 200 gallerie che coprono oltre duemila anni di storia. Esso tuttavia non comprende, nella sua immensa raccolta, alcuna collezione relativa all’arte egizia, a quella romana e a quella delle civiltà precolombiane. Il motivo di questa assenza si spiega con il fatto che, in base ad un accordo stipulato durante i primi anni di vita del museo con la University of Pennsylvania, si contemplò la donazione di tutte le porcellane cinesi appartenenti all’ateneo statunitense in cambio di gran parte delle opere d’arte egizie, romane e precolombiane. Il museo conserva tuttavia alcuni pezzi di grande pregio che vengono esibiti solo in particolari manifestazioni.

Oltre alla costruzione principale, gli ambienti del museo comprendono anche quelli del Rodin Museum, che ospita la collezione più importante delle opere di Auguste Rodin al di fuori dei confini nazionali francesi e che si trova anch’esso all’interno del Fairmount Park.

8 marzo 2018

L’isola Nikumaroro era conosciuta con diversi nomi all’inizio del XIX secolo: Kemins’ Island, Kemis Island, Motu Oonga, Motu Oona e Mary Letitia’s Island.

La prima annotazione ufficiale di un avvistamento dell’isola da parte di un europeo fu fatta dal Capitano C. Kemiss della nave inglese Eliza Ann nel 1824. L’Isola venne scoperta nel 1825 per opera del capitano J.Coffin della nave Ganges di Nantucket e fu denominata isola Gardner dal nome del proprietario del natante. Nel 1840 la nave statunitense USS Vincennes, che faceva parte al programma statunitense di esplorazione del Pacifico, confermò la presenza dell’isola che venne ufficialmente registrata come isola Gardner.

Il nome Nikumaroro, derivante dalle leggende gilbertesi, venne adottato durante gli anni 70 quando le isole Kiribati riuscirono a raggiungere l’indipendenza.

I tentativi di insediamento inglesi
Nel maggio del 1892 l’isola fu reclamata dal Regno Unito. Le autorità inglesi rilasciarono una licenza all’imprenditore John T. Arundel per avviare una piantagione di palme da cocco. Sull’isola furono stanziate 29 persone e vennero costruite anche delle strutture per ospitarle, tuttavia la siccità fece fallire l’intero progetto nell’arco di un anno. Nel 1916 l’isola venne data in affitto ad un certo Capitano Allen, ma rimase disabitata sino al 1938.

Nel 1929 la fregata inglese SS Norwich City fece naufragio nei pressi dell’isola Gardner. L’imbarcazione, in balia di una tempesta marina, si arenò in una secca e l’equipaggio si mise in salvo sbarcando sull’isola. I marinai sopravvissero per diversi giorni accampandosi presso i resti degli insediamenti costruiti da Arundel prima di essere tratti in salvo da una missione di recupero. I resti della nave inglese rimasero uno dei tratti distintivi del paesaggio dell’isola per oltre 70 anni.

Nel 1938 vennero avviati tentativi per trasformare l’isola in una stazione di atterraggio per idrovolanti. Nel dicembre di quell’anno gli ufficiali britannici sbarcarono con al seguito 20 coloni provenienti dalle Isole Gilbert. Nonostante la cronica mancanza di acqua i coloni riuscirono a trivellare alcuni pozzi e la popolazione dell’isola raggiunse quasi le 60 unità durante l’anno successivo. Figura di spicco dei tentativi di insediamento inglesi fu l’ufficiale britannico Gerald Gallagher che coordinò la costruzione di importanti strutture. Quando morì, nel 1941, i suoi resti furono sepolti sull’isola. La popolazione crebbe ulteriormente e arrivò sino a toccare le 100 unità nella metà degli anni 50, tuttavia nel decennio successivo il problema della siccità gravò molto sulla vita della colonia. A partire dal 1963 gli abitanti furono evacuati e trasportati nelle Isole Salomone, dal 1965 l’isola è ufficialmente disabitata.

Nel 2002 una serie di forti tempeste ha cancellato la maggior parte dei resti degli insediamenti umani sull’isola.

La vicenda di Amelia Earhart
Secondo alcune ipotesi l’isola Nikumaroro potrebbe essere il luogo dove nel luglio del 1937 precipitò la celebre aviatrice statunitense Amelia Earhart durante il suo tentativo di compiere un giro del mondo in aereo. Queste teorie hanno preso corpo a seguito del ritrovamento compiuto nel 1991 da parte dei membri di una missione scientifica di una scarpa femminile. Inoltre alcune prove documentarie testimoniano il ritrovamento sull’isola, durante gli anni 40, di un corpo in decomposizione e di alcuni oggetti che avrebbero potuto appartenere all’aviatrice statunitense o al suo navigatore.

Nel dicembre 2010 una nuova spedizione ha ritrovato sull’atollo frammenti ossei e altri oggetti che avvalorano ulteriormente le teorie sulla morte dell’aviatrice statunitense.

Il giorno 18 agosto 2012 viene data la notizia del presunto ritrovamento di un relitto aereo che potrebbe essere riconducibile all’Electra della Earhart. Il corrispondente da Honolulu della Reuters riferisce che un team di ricercatori ha girato un video subacqueo nelle acque antistanti l’isola di Nikumaroro. Il video mostra una distesa di frammenti che possono essere riconducibili all’aereo della pilota statunitense scomparsa nel 1937. Il video è stato girato nel luglio 2012 dal Gruppo internazionale per il recupero di veicoli storici (International Group for Historic Aircraft Recovery) Tighar, durante una spedizione sull’isola a 2.900 chilometri circa a sudovest di Honolulu.

 

 

Il primo shogun del periodo Edo, Ieyasu Tokugawa, era figlio di un signore feudale della provincia di Mikawa, facente parte della prefettura di Aichi. Egli nacque nel 1542, durante il periodo degli Stati combattenti, che durò circa 100 anni a cavallo tra il 15esimo ed il 16esimo secolo. Durante quel periodo i conflitti erano molto frequenti in tutto il Giappone. Ieyasu, durante la sua infanzia, era tenuto in ostaggio dal locale signore di Sumpu (vecchio nome di Shizuoka), crebbe come samurai e servì diversi signori influenti. Attraverso molte avversità ebbe modo di allargare la sua influenza e, poco per volta, conquistò il potere grazie alla costante diligenza e alle sue innate attitudini. Riuscì a unificare il Giappone e, nel 1603, divenne shogun. Lo shogun era il comandante supremo del sistema feudale, la più alta posizione data a un samurai dall’imperatore, capo dello stato sin dai tempi antichi. Tuttavia, in Giappone, l’attuale imperatore è una figura simbolica. Ieyasu trasferì la capitale da Kyoto a Tokyo, allora conosciuta con il nome di Edo, dove stabilì la sede del governo per dominare da lì tutto il paese. Lo shogunato di Tokugawa, conosciuto successivamente come periodo Edo, durò 265 anni (dal 1603 al 1868). Durante gli anni di pace di quel periodo, l’economia e la cultura giapponese si svilupparono notevolmente. L’influenza del periodo Edo sulla cultura giapponese la si può riscontrare tuttora nel Giappone moderno. Il periodo Edo in Giappone è uno dei rari esempi nella storia del mondo in cui un paese non sia stato coinvolto in guerre o altri conflitti bellici per un così lungo lasso di tempo.

Nel 1605, Ieyasu abdicò da shogun e gli successe il figlio Hidetada che divenne il secondo shogun del periodo Edo. Ieyasu nel 1607 si trasferì a Sumpu (l’attuale Shizuoka) da Edo (l’attuale Tokyo). Sumpu era il luogo dove aveva trascorso la sua infanzia. Amava quel posto per il clima mite e per gli stupendi paesaggi. Badava da sempre alla propria salute dedicandosi spesso alla preparazione di medicinali a base di erbe e riuscì a vivere sino a un’età abbastanza avanzata per quell’epoca. Morì nel 1616, all’età di 75 anni. Venne sepolto lì, sul monte Kuno, secondo le sue ultime volontà, e gli fu consacrato un tempio secondo il rito shintoista Kunozan Toshogu è un tempio shintoista costruito nel 1617 in onore di Ieyasu Tokugawa su ordine di suo figlio Hidetada. Il tempio comprende la sala principale, designata tesoro nazionale, oltre ad altri 13 edifici indicati proprietà culturale di grande importanza nazionale. Nel tempio è possibile ammirare magnifiche architetture e statue d’epoca. L’edificio principale del tempio è dedicato a Ieyasu. Esso darà origine allo stile architettonico chiamato Gongenzukuri, usato nell’architettura del primo periodo Edo. Vennero generosamente usati lacche e foglie d’oro per conferire a questo edificio il suo splendido aspetto. Anche gli altri edifici furono dipinti in maniera stupenda tramite l’utilizzo di lacca e adornati sontuosamente con foglie d’oro. Questi elementi sono rimasti così come erano stati costruiti, e le parti in legno, comprese le colonne, sono quelle originali. Sono stati ridipinti ogni 50 anni per la loro conservazione. Sulla facciata della sala principale c’è una immagine scolpita, che rappresenta la vecchia storia cinese di Shiba Onko (Sima Guang), un antico politico cinese, conosciuto come “La storia del vaso rotto”. Quando Shiba Onko era bambino, stava giocando con alcuni suoi amici, ed ecco che uno di loro cadde dentro un grande vaso pieno d’acqua. Nonostante sapesse che per suo padre era un oggetto molto prezioso, Shiba Onko decise di rompere il vaso con una pietra per salvare il suo amico. Più tardi, il padre apprezzò l’operato del figlio, dicendo “Con i soldi si può comprare un altro vaso ma non si può comprare la vita di un amico”. L’episodio viene interpretato come un monito di Ieyasu che ci insegna che niente è più importante della vita umana. La sua tomba si trova più in alto, al di là della sala principale, nel posto in cui fu sepolto secondo la sua volontà. La costruzione della tomba fu orientata a ovest, in direzione di Mikawa, suo paese natale, e dell’antica capitale Kyoto. Si dice che un anno dopo la sua morte, il suo spirito si suddivise, e una parte di esso fu trasferita a Nikko, a nord di Tokyo, secondo la sua volontà. Il tempio Nikko Toshogu fu costruito più tardi sull’esempio dello stile architettonico di Kunozan Toshogu. Da quel momento, altre succursali del Toshogu vennero edificate per tutto il territorio giapponese. Il tempio Kunoza Toshogu fu il primo e l’originale.

Lo spirito di Ieyasu fu deificato e venerato qui come riconoscimento dei suoi grandi meriti. Egli è tuttora una figura storica rispettata nel mondo moderno giapponese. Kunozan Toshogu attrae molti visitatori durante tutto l’anno, che pregano chiedendo salute, longevità e buona fortuna.

 

 

26 febbraio 2018

Asahikawa (旭川市 Asahikawa-shi?, lett. città del fiume del sole mattutino) è una città del Giappone ed il capoluogo della sottoprefettura di Kamikawa, nell’isola di Hokkaidō. È la seconda città più popolata della prefettura di Hokkaidō, dopo Sapporo. Nel 2011, Asahikawa faceva registrare 352.105 abitanti, distribuiti su un territorio di 747,6 km², per una densità di 470,98 ab./km². Asahikawa prende il nome dal maggiore tra gli affluenti cittadini del fiume Ishikari, il Chubetsu. Tale corso d’acqua era chiamato in lingua ainu Chiu Pet, fiume delle onde. I primi immigrati giapponesi confusero tale nome con Chu Pe, che in ainu significa fiume del sole, e che fu tradotto in lingua giapponese Asahi Kawa (旭川市? lett. Asahi = sole mattutino, Kawa = fiume).

Il territorio comunale sorge su un’ampia vallata circondata da montagne e solcata da una fitta rete di corsi d’acqua; nella municipalità sono stati costruiti più di 740 ponti. Il ponte Asahibashi, costruito nel 1932 sul fiume principale di Asahikawa, l’Ishikari, è stato annoverato nel 2004 tra i ‘patrimoni dell’Hokkaidō’ e tra gli otto panorami più belli dell’isola. Nelle vicinanze si trova il monte Asahi (旭岳 Asahi-dake?) che, con i suoi 2.290 metri, è la cima più alta dell’Hokkaidō. La città costituisce il principale snodo stradale dell’isola per raggiungere le maggiori località sciistiche dell’Hokkaidō. Anche nelle immediate vicinanze sorgono dei centri invernali con alcuni impianti di risalita e fu in quest’area che vennero approntate le prime piste da sci del Giappone.[3] La zona di Asahikawa detiene il primato per le maggiori precipitazioni nevose annue e per la più bassa temperatura mai toccata nell’arcipelago. L’evento si verificò il 25 gennaio del 1902, quando fu raggiunta la temperatura di -41 °C. L’area in cui sorge la città ospitava uno dei più grandi insediamenti del popolo Ainu. L’occupazione giapponese degli ultimi territori controllati dagli Ainu in Hokkaidō avvenne verso la fine del XIX secolo, durante il periodo del rinnovamento Meiji, ed Asahikawa fu uno dei primi centri in cui si trasferirono i colonizzatori giapponesi, nel 1889. Con il conseguente riordino amministrativo, Ishikawa ottenne lo status di villaggio nel 1893,[4] e fu posta sotto la giurisdizione del distretto di Kamikawa, tuttora esistente, facente parte dell’agenzia di Hokkaidō (北海道庁), che nel 1947 sarebbe divenuta l’attuale prefettura di Hokkaidō.

Nel 1900, ottenne il rango di cittadina, e dopo che nel 1914 le fu assegnato lo status di ward, nel 1922 venne promossa al rango attuale di città e resa quindi indipendente dal distretto. Con la legge di Autonomia Locale del 1947, vennero codificati i requisiti di distinzione tra le diverse municipalità. Il 1º aprile del 2000, Ishikawa fu inserita tra le ‘città importanti del Giappone’, (comuni la cui popolazione è compresa tra i 300.000 ed i 500.000 abitanti). Con l’insediamento dei giapponesi alla fine del XIX secolo, Asahikawa divenne presto il principale centro ferroviario, commerciale e industriale a nord di Sapporo. Tra le maggiori industrie vi sono attualmente quelle tessili, cartarie, chimiche e quelle legate alla lavorazione del legname. La città ha una lunga tradizione nella produzione del sake. La vicinanza di località sciistiche, di stabilimenti termali e del parco nazionale di Daisetsuzan ha favorito il turismo. La municipalità ha promosso tale settore con diverse iniziative, tra le quali ha raggiunto buona fama il ‘festival invernale di Asahikawa’ (旭川冬祭 Asahikawa Fuyu Matsuri?), la cui attrazione maggiore è rappresentata, come nel festival della neve di Sapporo, dalle sculture di statue in ghiaccio.

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19 febbraio 2018

 

L’Isola di Man (Insula Mona in latino), conosciuta anche come Mann (Isle of Man in inglese, Ellan Vannin o Mannin in mannese), è un territorio situato in Europa settentrionale, nel Mar d’Irlanda, sul quale il governo locale esercita la propria giurisdizione effettivamente, ma la cui responsabilità è affidata al Regno Unito, essendo difatti una dipendenza della Corona Britannica. Non fa dunque parte del Regno Unito, né dell’Unione europea, né del Commonwealth delle nazioni.

L’isola di Man è una dipendenza della monarchia britannica ma ha un governo autonomo. Il capo dello Stato è la regina Elisabetta II che ha il titolo di Lord of Man (non esiste la declinazione femminile della carica), ed è rappresentata da un vice governatore (Lieutenant Governor). Il Regno Unito ha responsabilità per la difesa del territorio e di rappresentanza nei congressi internazionali, mentre il governo locale ha competenza su quasi tutti gli affari di politica interna.

Il Parlamento è chiamato Tynwald e risale al 979 d.C.; è formato da due Camere: la House of Keys, eletta direttamente a suffragio universale e il Consiglio Legislativo, cui appartengono membri eletti dalla House of Keys; esiste anche un Consiglio dei ministri, presieduto da un primo ministro, che attualmente è Howard Quayle (2016). Sotto la pressione delle richieste di riforma per la House of Lords della Gran Bretagna, l’apparato governativo dell’isola sta per essere modificato: alcune proposte intendono trasformare il Consiglio legislativo in una Camera di membri ad elezione diretta.
Si ritiene, erroneamente, che l’isola di Man appartenga al Regno Unito; secondo la legge britannica non lo è, almeno formalmente, sebbene il Regno Unito si occupi della politica estera e della sua difesa. L’isola, negli anni 1970, ebbe una controversia con la Corte europea dei diritti dell’uomo (CEDU), vista la sua riluttanza ad abrogare le leggi sulla fustigazione (punizione corporale per trasgressori maschi); anche la legge sulla sodomia ha resistito a lungo ed è stata modificata solo nei primi anni 1990.

L’isola di Man non è né membro, né aderisce all’Unione europea; tuttavia, il “Terzo Protocollo” del Treaty of accession of the United Kingdom legittima gli scambi commerciali con quote tariffarie non imposte dall’UE e, insieme ad un accordo con il Regno Unito su tributi ed imposte, favorisce il libero mercato con i paesi del Regno Unito. Tuttavia, ai cittadini definiti mannesi, una dicitura sui loro passaporti impedisce di risiedere o lavorare liberamente nei paesi dell’UE.

I viaggi ed il turismo sull’isola sono regolamentati dalla legislazione locale. I cittadini britannici e della Repubblica d’Irlanda non necessitano di passaporto; quelli dell’UE devono avere una carta d’identità; coloro che provengono da paesi per i quali è necessario un visto d’ingresso nel Regno Unito devono richiedere anche un visto speciale per l’isola di Man, rilasciato da un ente diplomatico britannico. Tutti i non residenti, compresi i cittadini del Regno Unito, devono avere un permesso di lavoro per poter soggiornare a lungo.

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6 febbraio 2018

Dal porto di Takahama si va verso le isole di Nakajima … o per arrivare a Hiroshima per riprendere la linea dello Shinkansen

Konoura, Matsuyama, Prefettura di Ehime 791-4505

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4 febbraio 2018

Dal porto di Uno, 1030 yen per l’isola di Teshima. 1 Chome-3-2 Chikkō, Tamano-shi, Okayama-ken 706-0002

 

shikokuferry.com // gps: 34.492784, 133.952252

24 gennaio 2018

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22 gennaio 2018
20 gennaio 2018

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19 gennaio 2018

Meoto Iwa (夫婦岩), o Rocce Marito e Moglie, sono due scogli situati sulla costa di Futami, prefettura di Mie (a sud di Tokyo).

Per la religione shintoista sono sacre e rappresentano l’unione delle due divinità creatrici del Giappone, Izanagi e Izanami, e, di riflesso, tutte le unioni tra uomo e donna.

Gli scogli sono uniti da una shimenawa, una corda sacra (che di solito viene usata intorno agli alberi) costituita di paglia di riso e del peso di oltre una tonnellata. La shimenawa viene sostituita una volta l’anno, il 5 gennaio, durante una cerimonia solenne.

La roccia più grande, il “Marito”, ha inoltre sulla sommità un piccolo arco torii.

Il periodo migliore per ammirare i Meoto Iwa è l’estate, durante l’alba infatti si può osservare il Sole sorgere tra i due scogli. Nelle giornate chiare si può anche scorgere il Fujisan all’orizzonte.

I Meoto Iwa sono spesso rappresentati nelle immagini votive dell’arte popolare.

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14 gennaio 2018

Pamukkale, che in turco significa “castello di cotone”, è un sito naturale della Turchia sud-occidentale, nella provincia di Denizli, prossimo all’omonimo abitato. L’antica città di Hierapolis venne costruita sulla sommità del bianco castello che copre un’area di 2700 metri di lunghezza e 160 d’altezza. Può essere visto da grande distanza, perfino quando ci si trova sul lato opposto della vallata, a circa 20 km dalla città di Denizli. Pamukkale si trova nella regione interna Egea, nella valle del fiume Meandro, che crea un clima temperato per buona parte dell’anno.

I movimenti tettonici non solo hanno causato frequenti terremoti, ma hanno anche permesso la nascita di numerose fonti termali. L’acqua che ne sgorga è sovrasatura di ioni di calcio e di anidride carbonica, che forma con l’acqua acido carbonico. Emergendo, l’acqua perde gran parte dell’anidride carbonica, spostando l’equilibrio chimico da bicarbonato a carbonato di calcio che, anche a causa dell’abbassamento della temperatura, precipita dando luogo alle caratteristiche formazioni, costituite da spessi strati bianchi di calcare e travertino lungo il pendio della montagna, rendendo l’area simile ad una fortezza di cotone o di cascate di ghiaccio.

L’equazione chimica che descrive questo fenomeno è la seguente: Ca2++2(HCO3−)↔CaCO3+CO2+H2O

Pamukkale è un importante centro turco per i turisti che viaggiano dalle coste dell’Adalia e del Mar Egeo per vedere questo luogo che, in coppia con Hierapolis, è uno dei Patrimoni dell’umanità dell’UNESCO. Esistono pochi luoghi al mondo simili a questo, ad esempio le Mammoth Hot Springs negli USA, le terme di Saturnia in Italia, e Huanglong nella provincia cinese di Sichuan (altro sito dell’UNESCO).

Sfortunatamente Pamukkale venne abusata nel tardo ventesimo secolo, alcuni hotel furono costruiti sopra al sito, distruggendo parte delle rovine di Hierapolis. L’acqua calda fu incanalata allo scopo di riempire le piscine artificiali degli alberghi. Gli scarichi di queste ultime per anni riversarono le acque reflue direttamente sul sito contribuendo in maniera determinante all’inscurimento delle vasche calcaree. Fu anche costruita una strada asfaltata in mezzo al sito per permettere ai visitatori di raggiungere la parte alta della formazione in bici, moto o a piedi. Inoltre fu concesso a questi ultimi di lavarsi all’interno delle vasche calcaree utilizzando detergenti di natura industriale aggravando ulteriormente il problema.

A seguito dei danni prodotti, L’UNESCO è intervenuta, predisponendo un piano di recupero nel tentativo di invertire il processo di inscurimento. Gli hotel furono demoliti, e la strada coperta da piscine artificiali che sono tuttora accessibili, a differenza del resto, dai turisti a piedi nudi. Una piccola trincea è stata scavata lungo il bordo, al fine di recuperare l’acqua ed evitarne la dispersione. Le parti brune sono sbiancate lasciandole al sole, in assenza di acqua per diverse ore al giorno. Per questo motivo molte piscine sono vuote. Alcune aree sono coperte d’acqua per un paio di ore al giorno, secondo la programmazione mostrata in cima alla collina. Inoltre il sito è costantemente sorvegliato da addetti che impediscono ai visitatori di abusare dei luoghi. Grazie a questi interventi il luogo sta lentamente riprendendo il suo naturale colore bianco.

L’attività vulcanica sotterranea che ha generato le fonti termali, permette anche all’anidride carbonica di fuoriuscire generando quella che viene chiamata “Plutonium”, formata interamente da plutone, e che significa “luogo del dio della morte”.

 

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Voglio una casa con le finestre aperte perchè il vento della diversità entri ma non così forte da sradicarmi _Gandhi

 

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Perché ogni volta che parto per un lungo viaggio ogni rancore dentro di me all’improvviso scompare, ogni malattia guarisce ogni nemico mi diventa un po amico e ogni dolore ha la sua ragione perché ogni volta che parto e come se fosse l’ultimo, perché la vita si restringe e la mia borsa è sempre più leggera sempre più  vuota e il mio orologio riprende a girare perché ogni viaggio ne vale sempre la pena, perché un posto nuovo e un posto sconosciuto di me, che finalmente vedo .. dopo tanto quotidiano cercare, perché qualsiasi solitudine è solo solitudine , perché quando parto parto solo per partire e non c’è nessun ritorno e non c’è tristezza, perché il viaggio è un regolatore del cuore e il camminare ne da il ritmo.  alessio_guarino

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7 gennaio 2018
4 gennaio 2018

a Daikan-yama la gente viene a fare un po` il turista, si fa finta di essere in ferie almeno per qualche giorno, ci si mette seduti ai tavolini del Bar Michelangelo un pò di Italiano un calice di vino acqua francese un piatto di pasta e tante facce che hanno voglia solo di guardarsi. li vicino un area popolare bellissima ( appartamenti per i dipendenti della NTT ) che ora non c’è più con le sue aiuole i posti auto il piccolo parco giochi tutto in uno stato perfetto o quasi cosa che farebbe invidia e forse un po` incazzare a quelli di Gratosoglio, al suo posto tra appena qualche mese vedremo una nuovo edificio moderno e senza tempo. niente ricordi se i ricordi non producono ricchezza e non migliorano la vita, a che altro serve l`architettura se non a migliorare noi stessi e lo spazio in cui viviamo? a cosa servono le chiese in italia, a cosa serve conservare luoghi che non producono richezza interiore? forse al loro posto una piscina o una biblioteca porterebbe un po di felicita`

ha grossi occhiali che gli nascondono l’imperfezione degli occhi, ma il suo sguardo è giusto, con una mano si mantiene con l’altra scrive messaggi ad una velocità superiore alla Yamanote sen. ha calze infilate in fretta, poi tira fuori i piedi dai mocassini e li appoggia sopra l’ho vista scendere infilandosi le scarpe a volo ma non ricordo dove. e un po che sono in questo paese in questa città e proprio non saprei dove altro potrei andare. la gente a Tokyo è tutta guasta.

andare in giro per Kyoto, guardando verso l’alto, con solo due mani in tasca e nient’altro

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l’autunno di Kyoto odora di alberi, di visite a vecchie librerie..

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ho cercato nelle parole quello che solo un’immagine poteva restituirmi, nel silenzio nel movimento.

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SHODŌ | 書道
superficie … prima il piacere estetico poi subito dopo il piacere profondo del significato, e mentre il pennello carico del nero si fa strada tra i pori della carta le parole prendono significato nella superficie della tua testa.

lo sguardo di Ulisse

al bar di Asagaya la consegna dello scontrino merita uno sguardo cortese una pausa sorridente un movimento elegante della mano nello scrivere che ho pagato, e tutto solo per 320 yen….

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in autobus la ragazza guarda fuori non gira mai lo sguardo, guarda solo fuori, la strada che si muove gli alberi la gente tutto si muove, una donna anziana si adagia continuamente sulla sua schiena ma lei sembra non farci caso, e la stanchezza la delusione e lo schifo del suo capoufficio con la sua bella faccia ancora pulita, sotto i lunghi capelli, al capolinea non le vedo scendere, ancora un altro giro prima di tornare in quel cesso di casa o peggio ancora a casa dei suoi …

Dai san e il film “ sotto gli ulivi ” di Kiorastami

ho la testa piena di cose non dette, guardo x e y ma guardo altrove e quello che vedo è un’immagine della mia vita le cui combinazioni mi sono ancora sconosciute.
Dai san ha uno sguardo ammaliante, non so da dove gli venga tanta energia, ascolto le sue parole e mi immagino i suoi occhi nel riquadro del vetro smerigliato come due riflessi incontrollabili che variano di luminosità con il variare dell’impulso del suo cuore. Questa città e piena di talenti a cui non viene riconosciuto quasi niente guardali nelle loro minuscole case e come avere una visione profetica del futuro

al 49esimo o al 59esimo piano (dieci piani in più a questa altezza non fanno differenza) puoi anche far finta di non sentirti solo, ma a tokyo in mezzo a tanto cemento di sera, perdi completamente qualsiasi contatto con la realtà, un abbraccio una carezza non basta, trovi pace solo quando chiudi gli occhi. ci sarà un motivo se la gravità ti fà stare con i piedi incollati alla terra. poi la mattina un piacere inatteso svegliarsi con un odore forte di tatami e quel rumore piacevole di vecchie travi di assi consumate.

continuo a girare per questa città senza meta, la cosa mi disorienta, le punte dei building mi rivelano continuamente la direzione, di sera come un cielo stellato la città proietta una mappa dettagliata di domande e risposte di cosa è questa città, questa gente con le loro case fatte di finestre con tende sempre chiuse. Dormire sognare lasciarsi andare abbandonarsi alla stanchezza alla noia alla monotonia di una vita che non e quella che desideri a una vita di cui conosci ogni dettaglio da quando gli ha dato il via quel giorno coglione hai pensato alla tua tranquillita e ti sei anche sentito felice per averti copiato a quel milione di altri coglioni che come te credono che la vita sia questo e nient’altro e forse hai ragione ma continuando così nom lo saprai mai. Su e giu per settimane mesi anni in queste auto in questi metro in questi autobus e mai una volta avere un desiderio fosse solo di provare ad andare in bici..

perchè le ragazze di shibuya hanno ragione .. Tutto l’erotismo di una donna e racchiuso nel suo sguardo muto, lo sguardo di una donna innamorata, poi basta. In questo paese e tutto un silenzio, sguardi e ancora sguardi, si dorme ovunque appena possibile e solo allora ci si può sentire liberi, tutto il desiderio che cercavi e qui in questo sguardo ad occhi chiusi o quasi.
Le ragazze di Tokyo le ragazze di Kyoto e quelle di Osaka e di Sendai fin su a Sapporo, le ragazze di Okinawa e quelle delle isole minori, una ragazza a Ishigaki island che lavorava in un ryokan di cui ricordo perfettamente i contorni.

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delle parole non dette resta un silenzio un guardare altrove un andare via un voler dimenticare un chiudere gli occhi una mano in tasca una passeggiata, una sveglia alle 6 di mattina e partire col primo treno per la montagna una stazione popolata da strane persone un fila infinita di bamboo un pacifico ingresso di un tempio un bonzo che mi guarda incuriosito e vuole offrirmi del tè

a Jinbōchō sono stato tutto il giorno a guardare vecchie stampe e meravigliosi libri usati con rilegature fatte a mano, quelli più belli scritti in verticale sembravano scritti sotto la pioggia. a fine giornata mi sembrava di aver afferrato qualcosa in più o in meno, però dallo sguardo di Taka…. sensei capisco di più la sua vita gli anni di scuola le sue scelte gli anni della guerra

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tutto inutile

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Masaru ride quando gli dico che lui tra gli otaku è il re, nel suo sguardo ritrovo le ore delle sue giornate in questa pazza è bella città, non si è arreso e solo convinto che non ci sia più speranza per niente, gli do dello scemo ma infondo credo lui abbia ragione, ragione di tutto del perchè non abbia nessuna cura della sua casa ma ne abbia tanto per il suo piccolo e delicato giardino. Siamo al centro del mondo dove tutti gli incubi si materializzano..

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qui non c’è niente di buono, a parte l’operosità e l’ingegno di singole persone, bellezze femminili che vagano per le strade muovono solo un po di aria, pseudo-uomini auto, anziani in cerca di fare qualcosa e poi inchini e gentilezza per milioni di clienti che non comprano non vedono un rituale a cui sono stati abituati..

questo popolo non riesce ad essere felice, non lo puo per natura, e cosi ci ha rinunciato, quando lo fà è una stonatura, un sorriso puo essere sufficiente,  il riso è dei popoli felici che odia qualsiasi forma di progresso. A Kamakura ragazzi e ragazze stanno li ad aspettare onde che non arriveranno mai, e forse questa una nuova forma di meditazione? quello che inizialmente mi sembrava ridicolo adesso assume un significato diverso, sono forse le regole del Bushido applicate a nuove forme di pratiche estetiche? prepararsi con tanta cura lucidarsi la tavola indossare con un certo orgoglio la muta, chiudersi le lampo con un gesto netto e sicuro entrare in acqua come se fosse l’ultima volta e poi … stare li fermi seduti in direzione orizzonte.

ho un solo desiderio, dormire

qui non dorme mai e mi elenca tutti i posti dove si puo dormire, compreso il baule della vecchia Volvo di suo padre, a volte di mattina ci si veste bene per andare a dormire, giusto per appisolarsi in una hall di albergo, ordina dei pasticcini, grossi occhiali da sole e finalmente si puo dormire in un posto pulito con aria condizionata.  Oramai riesce ha dormire stando ferma in una posizione di perfetta attesa. ritornando a casa sulla Yamanote sen si continua a dormire, fossero ad orario continuo dal treno di sera tardi non scenderebbe più nessuno

.. M’hanno portato a Baia; con questo caldo di luglio, il tragitto è stato penoso, ma in riva al mare respiro meglio. L’onda manda sulla riva il suo mormorio, fruscio di seta e carezza; godo anche le lunghe sere rosate. Ho mandato a chiamare Antonino ; un corriere lanciato a tutta corsa è partito per Roma. Rimbombano gli zoccoli di Boriatene, galoppa il cavaliere Trace…… Il piccolo gruppo di intimi si stringe al mio capezzale. Cabria mi fa pena. Le lacrime mal si addicono alle rughe dei vecchi. Il bel volto di Celere è, come sempre, singolarmente calmo; è intento a curarmi senza lasciar trapelar nulla che potrebbe contribuire all’ansia o alla stanchezza di un malato. Ma Diotima singhiozza,la testa affondata nei guanciali. Ho assicurato il suo avvenire; non ama l’Italia; potrà realizzare il suo sogno di far ritorno a Gadara e aprirvi con un amico una scuola d’eloquenza; con la mia morte, non ha nulla da perdere. E tuttavia, l’esile spalla si agita convulsamente sotto le pieghe della tunica; sento sotto le dita queste lacrime deliziose. Fino all’ultimo istante, Adriano sarà stato amato d’amore umano .. Memorie di Adriano

3 gennaio 2018

il dovere di un uomo solo è di essere ancora più solo. Emil Cioran

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Più è forte la consapevolezza di aver sbagliato tutto nella propria vita, più l’anima ne riceve cura di consolazione. Fa bene anche pensare che la vita di tutti non è che una successione di errori e che la storia del mondo non è che apparenza e follia. Fa bene pensare che tutto poteva andare diversamente e che c’è un’oscuro peccato d’origine, che la rivoluzione industriale è stata un crimine e che il dominio attuale della tecnica è la perdita di ogni autenticità e sostanza umana, una sottomissione a un potere mostruoso. Fa bene e illumina, fa vivere e morire un po’ meglio. Guido Ceronetti

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Sulla via di Santiago di Eleonora Bianchini:  LINK

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26 dicembre 2017

Buenos Aires ha due aeroporti: quello principale, Buenos Aires-Ezeiza ha un traffico di più di otto milioni di persone l’anno ed è sede della compagnia aerea di bandiera Aerolineas Argentinas e un altro, situato a 2 chilometri dal centro di Buenos Aires, l’aeroporto di Buenos Aires-Newbery, nel quartiere Palermo. I collegamenti interni sono efficienti. I voli internazionali più frequentati sono quelli verso il Brasile, il Cile, gli Stati Uniti e la Spagna oltre che verso Messico, Italia e Cina.

25 dicembre 2017

La Mongolia, con i suoi 1.565.000 km², è il 19º paese del pianeta per estensione territoriale (oltre cinque volte l’Italia).

Il paesaggio della Mongolia è molto variegato, con il deserto del Gobi a Sud e con le regioni fredde e montuose a Nord e Ovest. Gran parte della Mongolia è costituita da steppe. Il punto più alto in Mongolia è il picco Hùjtnij, nel massiccio Nayramdal Uur, a 4.374 m s.l.m. Il bacino del lago Uvs Nuur, condiviso con la Repubblica di Tuva (Russia), è uno dei Patrimoni dell’umanità dell’UNESCO. Il clima estivo è mite, mentre in inverno le temperature scendono fino a –40 °C e a –60 °C nella taiga[18].

Il Paese è anche soggetto a rigide condizioni climatiche (zud è il termine con cui i Mongoli definiscono un inverno particolarmente freddo e nevoso). Ulan Bator ha una temperatura media tra le più basse al mondo. La Mongolia è un Paese con un’altitudine tra le più alte al mondo. Ha un clima continentale e tendenzialmente ventoso, con inverni lunghi e rigidi, mentre nei mesi estivi, durante i quali avvengono la maggior parte delle precipitazioni annuali, il clima asciutto e salubre raggiunge i 25-30°C. In questa breve stagione il vento è protagonista: quello fresco da Nord, quello tiepido dal Gobi.

Il termine gobi è un termine mongolo che di solito si riferisce a una categoria di pascoli della steppa aridi e con vegetazione abbastanza sufficienti al sostentamento di marmotte e cammelli. I Mongoli sono soliti precisare tale differenza, anche se la distinzione non è sempre evidente ai turisti. I paesaggi del Gobi sono estremamente fragili e vengono facilmente distrutti dall’eccessivo sfruttamento della pastorizia, fenomeno in continua crescita che risulta dannoso per la sopravvivenza dei cammelli.

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24 dicembre 2017

 

22 dicembre 2017
20 dicembre 2017

 

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Credo di poter dire che il tema centrale di tuta la mia opera sia la lotta che un individuo conduce contro quello che i Greci e i Romani chiamavano Destino, e che assume nei mie film la forma di una potenza reale, dittatura totalitaria, legge biologica o sindacato del crimine. Si tratta di salvaguardare l’anima individuale, ed è importante combattere per questo, pur sapendo che la partita è persa. Fritz_Lang

14 dicembre 2017

 

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Ciò che è per noi il dolce canto autunnale dei grilli è ciò che noi siamo per gli alberi ed è ciò che essi sono per i sassi e le colline. Gary Snyder

Kangerlussuaq (Søndre Strømfjord in danese, Kangerdlugssuaq prima della riforma ortografica del 1973), che in Kalaallisut vuol dire il grande fiordo, è un piccolo villaggio della Groenlandia di 509 abitanti (gennaio 2005). Si trova nel comune di Qeqqata; è situata all’interno di un fiordo di 100km (dove sfocia il fiume Watson), km, il Søndre Strømfjord. È stata fondata nel 1941, ma quando la Danimarca fu invasa dalla Germania nella Seconda guerra mondiale agli Stati Uniti fu concessa l’amministrazione della Groenlandia e Kangerlussuaq fu trasformata in una potente base militare; ancora oggi la cittadina ha uno dei migliori aeroporti dell’isola. Nel 1950 i Danesi recuperarono il controllo della zona, ma a causa della Guerra Fredda gli Americani nel 1951 ricevettero nuovamente il permesso per l’amministrazione del villaggio; dopo la caduta dell’URSS l’importanza della base andò scemando, finché il 30 settembre 1992 l’ultimo soldato americano lasciò Kangerlussuaq. Oggi il paese riceve voli giornalieri da Copenaghen ed è una meta turistica molto ambita in Groenlandia, per la facilità con cui è raggiunta e per la sua fauna selvatica.

Nuuk (IPA: [nuːk], danese: Godthåb) è la capitale e centro principale della Groenlandia. Trovandosi ad una latitudine di 64° 10′ N è la capitale più a Nord del mondo. Appartiene al comune di Sermersooq. La città fu fondata nel 1728 (29 agosto) dal missionario norvegese Hans Egede col nome Godthåb, “Buona speranza”. Allora la Groenlandia era de jure colonia norvegese sotto il Regno di Danimarca e Norvegia, pur non avendo avuto per più di due secoli alcun contatto con la madrepatria. La città è abitata sin dall’epoca dei Vichinghi, nel X secolo, per poi passare agli Inuit e ai danesi. Il nome danese Godthåb fu abbandonato nel 1979 in favore di quello groenlandese Nuuk, “Il Capo”, in quanto posta alla fine del fiordo Nuup Kangerlua. La città si trova alla bocca del fiordo Godthåbsfjorden, sulla costa occidentale dell’isola, a circa 240 km a sud del Circolo polare artico e a circa 10 km dalle coste del Mare del Labrador, sulla costa sud-occidentale della Groenlandia. Inizialmente il fiordo scorre a nord-ovest per poi girare a sud-ovest, dividendosi in tre bracci nel suo corso inferiore, con tre grandi isole tra i bracci: Isola Sermitsiaq, Isola Qeqertarsuaq, e Qoornuup Qeqertarsua. Il fiordo si allarga in una baia costellata di scogli vicino alla sua bocca. La montagna Sermitsiaq incombe sulla città e può essere vista quasi ovunque da Nuuk. La montagna ha dato il nome al giornale nazionale. Un altro rilievo è il Kuanninnguit. Porto peschereccio, è il più grande centro commerciale groenlandese.

Dodoma è la capitale della Tanzania e capoluogo della regione omonima. Con una superficie di 2.576 km² e una popolazione di 410.956 persone (dato del 2012) è la terza più grande città del paese. Dodoma è diventata capitale della Tanzania nel 1973. La precedente capitale, Dar es Salaam, ospita ancora numerosi enti governativi. Dodoma si trova al centro della Tanzania, 486 km a ovest di Dar es Salaam e 441 km a sud di Arusha, sede dei quartieri generali della Comunità dell’Africa Orientale. Dei 2.699 km² della sua area complessiva, 625 sono urbanizzati. Dodoma conta oltre 300.000 abitanti, e circa 80.000 abitazioni. Secondo i dati del Vaticano, il 19% degli abitanti di Dodoma sono di fede cattolica romana. Dodoma venne fondata durante la dominazione coloniale tedesca, contemporaneamente alla costruzione della ferrovia centrale della Tanzania. Dopo la Prima guerra mondiale, la Tanzania entrò a far parte dell’Impero britannico, e Dodoma diventò un importante centro amministrativo. La Tanzania ottenne l’indipendenza nel 1964, e nel 1973 fu deciso, con un plebiscito, che la capitale del paese fosse spostata da Dar es Salaam (capitale nel periodo coloniale britannico) a Dodoma. Questo trasferimento fu poi realizzato solo in parte; l’Assemblea Nazionale ha sede a Dodoma, ma moltissimi altri enti governativi sono rimasti a Dar es Salaam, che infatti viene talvolta indicata come la capitale de facto del paese.

Il monte Cònero è un monte dell’Appennino umbro-marchigiano alto 572 m s.l.m. situato sulla costa del mar Adriatico, nelle Marche. Il sinonimo monte d’Ancona, abbreviato comunemente in Monte, è storicamente il più usato[1]. Solo dall’ultimo dopoguerra Conero, fino a quel momento usato solo a livello colto, si è diffuso anche popolarmente. Fa parte della provincia di Ancona e in particolare dei comuni di Ancona e Sirolo. Costituisce il più importante promontorio italiano dell’Adriatico assieme a quello del Gargano ed ha le rupi marittime più alte di tutta la costa orientale italiana (più di 500 metri). Nonostante la sua limitata altitudine, merita appieno il nome di monte per l’aspetto maestoso che mostra a chi lo osserva dal mare, per i suoi sentieri alpestri, per gli strapiombi altissimi, per i vasti panorami e per le attività che vi si svolgono tipiche della montagna, come l’arrampicata libera. Sul promontorio a cui dà il nome si estende il Parco regionale del Conero.

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State attenti: la nave è ormai in mano al cuoco di bordo, e le parole che trasmette il megafono del comandante non riguarda più la rotta, ma quel che si mangerà domani. Søren_Kierkegaard  1845

12 dicembre 2017

Abū Dhabī o, più correttamente Abu Ẓaby (Arabo أبو ظبي), è la capitale degli Emirati Arabi Uniti e capoluogo dell’emirato omonimo.[1] Abu Dhabi si trova su un’isola a forma di T che si protende nel Golfo Persico dalla costa centro-occidentale. Nel 2014, la città vera e propria contava una popolazione di 1,5 milioni di persone. La città fu fondata nel 1791 dalla tribù beduina dei Banū Yās, che avevano occupato la regione, lasciando il Najd poiché in contrasto con i wahhabiti dell’Arabia.

Abu Dhabi ospita uffici del governo federale, è la sede del governo degli Emirati Arabi Uniti, sede della famiglia degli Emiri di Abu Dhabi e del Presidente degli Emirati Arabi Uniti, che proviene da questa famiglia. Il suo rapido sviluppo e l’urbanizzazione, accoppiata con il relativamente alto reddito medio della sua popolazione, ha trasformato la città in una grande e avanzata metropoli. Oggi la città è il centro del paese nelle attività politiche e industriali, oltre ad essere un importante centro culturale e commerciale. Abu Dhabi rappresenta circa i due terzi dell’economia degli Emirati Arabi Uniti con circa 400 miliardi di dollari statunitensi. Abu Dhabi è la quarta città più cara per i lavoratori espatriati nella regione, nel 2014 è stata la 68ª città più costosa al mondo.
Parte di Abū Dhabī venne colonizzata già nel III secolo a.C. Nella storia antica i nomadi si adattarono a vivere di pastorizia e di pesca, modelli tipici di tutta la regione. Nel VII secolo l’area era cristiana e recenti scavi archeologici, iniziati nel 1992, hanno portato alla luce i resti murari di un monastero cristiano preislamico, probabilmente nestoriano, sull’isola di Sin B. Yās, che si pensa risalga al VII secolo e che probabilmente ospitava una comunità di 30-40 monaci, ma dal secolo successivo l’Islam divenne la religione dominante in quell’area, rimanendo tale fino ai giorni nostri.

L’origine attuale di Abū Dhabī è connessa all’ascesa di un’importante confederazione tribale, quella dei Banu Yas, che alla fine del XVIII secolo prese il controllo di Dubai. Fino alla metà del XX secolo l’economia di Abū Dhabī era basata quasi interamente sull’allevamento di dromedari, la produzione di datteri e verdure, prodotte nelle oasi dell’interno di al-ʿAyn e Līwā, sulla pesca e la ricerca delle perle nella costa della città di Abū Dhabī, occupata principalmente durante i mesi estivi. La maggior parte delle costruzioni degli insediamenti di Abū Dhabī era costituita da foglie di palma, mentre le famiglie ricche vivevano in capanne di fango. La crescita dell’industria della perla nel corso del XX secolo rese più difficile la vita degli abitanti di Abū Dhabī, giacché la perla era la materia di maggior esportazione e frutto di un enorme guadagno per i pochi ricchi locali.

Nel 1939 lo Shaykh Shakhbut II bin Sultan Al Nahyan rilasciò la prima concessione petrolifera, ma il primo rinvenimento di petrolio risale al 1958. All’inizio, i guadagni derivati dal petrolio ebbero uno scarso impatto sull’economia: furono costruiti pochi edifici e tutti non molto alti, mentre solo nel 1961 venne terminata la prima strada asfaltata. Shaykh Shakhbut, che nutriva dubbi circa il regolare versamento delle royalties derivanti dal petrolio, preferì adottare un atteggiamento cauto, risparmiando quel denaro piuttosto che spingere per un maggior sviluppo economico di Abū Dhabī. Suo fratello, Zayed bin Sultan Al Nahyan, vide che l’enorme quantità di ricchezza avrebbe garantito di apportare modifiche radicali ad Abū Dhabī e la famiglia al potere, gli Āl Nahayan, decise che Zayed dovesse diventare il nuovo Shaykh, sostituendo il fratello, portando così a compimento la sua idea di sviluppo economico della città. La città di Abū Dhabī è una delle città più moderne del mondo, con una vivace edilizia che ha realizzato grattacieli sempre più alti.

Wikipedia

L’Emirato di Dubai (in arabo: إمارة دبيّ‎, Imārat Dubayy) è uno dei sette emirati dello Stato degli Emirati Arabi Uniti. La sua capitale è la città di Dubai. Dubai ha la più grande popolazione ed è il secondo più grande emirato per area dopo Abu Dhabi. Dubai e Abu Dhabi, secondo la legislazione nazionale, sono inoltre gli unici due emirati ad avere potere di veto riguardo a questioni critiche di rilevanza nazionale. Dal 2006 l’emiro di Dubai è Mohammed bin Rashid Al Maktum.

L’8 gennaio 1820 il decimo Shaykh di Dubai fu tra i firmatari di un trattato di pace sponsorizzato dai britannici (the General Maritime Treaty). Nel 1833, la famiglia Āl Maktūm, appartenente alla tribù dei Banu Yas, lasciò Abu Dhabi e prese il controllo di Dubai “senza resistenza”. Da quel momento, il nuovo emirato di Dubai mantenne relazioni difficili con il vicino emirato di Abu Dhabi. Un tentativo dei pirati Qawasim di prendere la città venne sventato. Nel 1835, Dubai e gli altri emirati siglarono una tregua marittima con il Regno Unito. Due decenni più tardi, sempre con i britannici venne firmata una “Tregua perpetua”. Con un accordo del 1892, Dubai divenne protettorato britannico, tutelandosi così contro le mire dell’Impero ottomano. Dubai, come quattro degli emirati vicini (Abu Dhabi, Ras al-Khaima, Sharja e Umm al-Qaywayn) aveva infatti una posizione strategica sulle rotte per l’India e ciò interessava molto all’Impero britannico. Nel marzo 1892, a seguito degli accordi, gli emirati furono quindi denominati “Stati della Tregua”. A differenza dei loro vicini, gli emiri di Dubai incoraggiarono il commercio e i traffici. La città e il suo porto richiamarono un gran numero di uomini d’affari, soprattutto indiani, che si stabilirono nell’emirato. Fino agli anni trenta del XX secolo, la città fu conosciuta per le sue esportazioni di perle. Dopo la svalutazione della Rupia nel 1966, Dubai si unì al Qatar, appena indipendente, per dare corso a una nuova moneta, il riyāl. Importante fu la scoperta del petrolio, a 120 chilometri dalla costa. Il 2 dicembre 1971, dopo il disimpegno britannico dal Golfo Persico, Dubai costituì gli Emirati Arabi Uniti assieme ad Abu Dhabi e ad altri cinque emirati. Nel 1973, Dubai e gli altri emirati adottarono una moneta comune, il dirham. Dubai mantenne la sua importanza come centro di commerci durante gli anni settanta e ottanta, divenendo un punto di richiamo per le aziende estere.

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Udivo mille note confuse fra di loro, mentre in un bosco stavo sdraiato, in quel dolce umore quando gradevoli pensieri portano tristi pensieri alla mente. Alle sue belle opere la Natura univa l’anima umana che scorreva in me; e il mio cuore si affliggeva pensando a ciò che l’uomo ha fatto dell’uomo. William Wordsworth

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